Maniman: Questo sconosciuto

Maniman: Questo sconosciuto

Vi siete mai chiesti per quale motivo siamo tutti attratti istintivamente dalle cattive notizie, ovvero per quale motivo tendiamo a privilegiare e a considerare più valide le informazioni che veicolano rappresentazioni negative del mondo e/o di noi stessi?

Perché le notizie negative tendono ad essere percepite come più importanti, più informative, più affidabili, ovvero “più vere”?

In questa interessante questione ci vengono in aiuto coloro i quali hanno studiato le modalità attraverso le quali la mente umana semplifica le informazioni per elaborarle più velocemente e fornirci un’impressione del mondo più o meno ordinata e “ragionevole” (non certo razionale): quelle che vengono chiamate euristiche mentali: in particolare l’euristica definita della “cattiva notizia”. Ora, perché la nostra testa dovrebbe giocarci uno scherzo del genere costringendoci a guardare al mondo e alle cose del mondo con un occhio di preventivo sospetto? Avete mai sentito il proverbio chi non pensa prima sospira poi? O ancora, meglio sbagliare per eccesso che per difetto? Ed ancora, pensa al meglio e preparati al peggio?

Sappiamo che i proverbi non sono semplici proverbi. I proverbi infatti incarnano a parole questa cosa di difficile definizione che noi indichiamo con il termine vago e controverso di “cultura”. E la cultura di una popolazione, in una certa parte e tra le altre cose si potrebbe considerare formata da un corpus di assunzioni non verificabili e non verificate (cioè franchi ed onesti pregiudizi) circa il funzionamento delle cose del mondo: un insieme di soluzioni ai problemi ed un prontuario di risposte già cotte e mangiate per quando l’individuo non ha tempo di riflettere su come rispondere al meglio alle cose inaspettate che complessivamente hanno mostrato di essere utili, cioè efficaci nel salvaguardare il benessere della comunità. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, non si sa mai.

Maslow, impiramidando una serie di supposti bisogni dell’essere umano ha certamente fatto bene ad immaginare che alla base della piramide quindi a fondamento degli altri, siano i bisogni di sicurezza. Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova. Le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Non si sa mai quello che al mondo ti può capitar, cantavano Cochi e Renato. Immaginare che il mondo sia un luogo ostile e pericoloso pertanto ha permesso alle persone di non fare il passo più lungo della gamba, cioè di non esporsi ad inutili rischi. Primum non nocere, Ippocrate.

La Piramide dei bisogni di Maslow (1954) in versione aggiornata.
So much for now. Esiste una lingua di terra che ha perfezionato un modello linguistico meraviglioso che rappresenta una perfetta sintesi di prudenza, timore ed ansia per il futuro, che può condurre fino alla completa paralisi dell’iniziativa personale e collettiva attraverso modalità del tutto ragionevoli all’apparenza. In Liguria e più precisamente nella sua Superba “capitale” si pratica da tempo immemore l’arte del Maniman che, per chi avesse la fortuna di non sapere di che si tratti, è qualcosa che fa apparire la legge di Murphy una roba da sciatti principianti del pessimismo. Ora, maniman è un’espressione così dolce all’apparenza, quasi un francesismo fortunatamente intraducibile in italiano se non attraverso una perifrasi del tipo “potrebbe accadere che” oppure “non si sa mai”.

Ma poiché mille parole non avranno mai la potenza di un esempio, eccone uno. Esco, mi porto l’ombrello perché maniman (non si sa mai) piove. Giustamente, potrebbe piovere, non ci sono dubbi. E fini qui le analogie con la legge di Murphy tiene: “se può piovere, sicuramente pioverà. Robetta da principianti, per l’appunto.

Perché erroneamente qualcuno potrebbe pensare che il maniman sia un semplice principio di prudenza relativamente innocuo? Perché quello che sfugge all’osservatore distratto è la proterva tendenza del maniman ad autoriprodursi, in quanto esso è facilmente applicabile a sé stesso e pertanto può produrre regressioni potenzialmente infinite che conducono ad un dedalo di infinite possibilità la cui sola soluzione è quella della completa paralisi mentale, motoria e d’iniziativa. Esco con l’ombrello perché maniman piove. Maniman (non si sa mai) potrebbe non piovere, quindi non porto l’ombrello. Però se maniman dovesse piovere e sono senza ombrello? Maniman lo porto con me. E se maniman non piove e sono l’unico con l’ombrello in mano? Maniman oggi resto a casa, uscirò domani o forse il mese prossimo dopo aver consultato le previsioni del tempo: che, maniman, non sempre sono attendibili.

Sembra che il nostro eroe sia destinato ad un pomeriggio casalingo al riparo da possibili intemperie come dalla possibilità di perdere l’ombrello per strada (maniman!). Egli tuttavia scegliendo liberamente di rimanere a casa (come liberamente Kunta Kinte decide di non provare più a scappare dalla piantagione dopo che gli hanno amputato le dita del piede destro), vive nell’illusione di aver fatto la scelta più sicura, la scelta che lo mette al riparo non solo dalle intemperie, ma anche dalle atrocità derivanti dall’incertezza, vero nemico dell’essere umano. Tuttavia, a ben guardare la sua condizione di ritrovata sicurezza pagata con lo scotto di una piccola rinuncia è sicura solo in apparenza. Perché l’Homo Maniman potrebbe non accontentarsi di stare seduto sul divano a scrutare il cielo; egli potrebbe mettere in dubbio sé stesso e le sue stesse strategie sicuritarie: e se dopo maniman mi pento di non essere uscito di casa? Applausi.

Come si può facilmente intuire, il semplice spostamento del focus del problema traghetterà questo povero non così ipotetico tapino ad altri livelli di indicibile incertezza in cui il fallimento nella semplice accettazione che il mondo è imprevedibile nella sua complessità, lo trascinerà inevitabilmente in un abisso di insicurezze e paure. Aggiungerei pertanto che la perfetta applicazione del maniman in ogni dominio dell’esistenza è per sua natura incompatibile con la vita stessa in tutte le sue forme.

Esagerato, certamente. Qui ho cercato solamente di delineare per sommi capi un modello sconosciuto ai più capace di trasformare un qualsivoglia individuo potenzialmente in grado di realizzarsi e di essere ragionevolmente contento di non essere ancora defunto, in una larva umana deprivata di ogni speranza, totalmente atterrito dalle infinite fonti di incertezza da cui si sente giustamente assediato. Del resto, come nessuno pretende che ogni sportivo della domenica diventi un campione olimpico, allo stesso modo siamo tutti liberi di praticare l’arte del maniman in maniera amatoriale, per curiosità o per passione momentanea, magari anche solo per distrarci dai soliti triti e ritriti giochi mentali che utilizziamo ogni giorno per renderci la vita una sgradevolissima e stancante corsa ad ostacoli senza fine (per una trattazione più completa dell’argomento si rimanda a P. Watzlavick, Istruzioni per rendersi infeliciMentre qui trovate una breve recensione del libro).

Per esempio. Sei impegnato/a da tempo nell’applicazione dell’ormai collaudatissimo schema del “se mi ami, allora devi fare X” ottimo modello evergreen sempre capace di trasformare qualsiasi relazione, soprattutto se pericolosamente soddisfacente, in un inferno in tempi assai brevi e quindi vorresti provare qualcosa di diverso: giusto per non annoiarti e per sembrare creativo/a. Hai iniziato con richieste più o meno ecologicamente (cfr. G. Bateson) sostenibili ed ormai ti sei anche abbastanza stufato/a di vedere quel poveraccio/a che si arrabatta per sostenere ogni tuo insensato capriccio e voluttà e ritieni che sia l’ora di assestargli/le il colpo di grazia. Vieni nel mio caruggio, baby. Prova anche tu il maniman, non ne resterai deluso/a. Perché il maniman va bene per qualsiasi latitudine, non importa che tu sia nato/a in terra “liguriana” oppure in provincia di Bolzano.

“Ok, oggi dici di amarmi, maniman. E maniman domani potresti non amarmi più”.

Ora lasciamo che questa lacerante possibilità, peraltro sempre presente in qualsiasi tipo di relazione amorosa faccia il suo lavoro. Come la goccia buca la pietra, allo stesso modo la reiterata applicazione del maniman sarà perfettamente in grado di rendere anche il più baldanzoso degli amanti un insulso coacervo di sensi di colpa, incertezze, nevrosi ossessive, fino a condurlo/a alla più totale mancanza di iniziativa, alla più completa atarassia. A quel punto, giocoforza sarà assai più semplice convincervi in buona fede che avevate ragione nel dubitare in primo luogo del suo amore.

Certo, si può obiettare che nessuna persona si comporterebbe in maniera così stupida da allontanare volontariamente qualcuno a sé caro: il buon senso ci insegna che quando si vuole bene ad una persona si è intenzionati a mantenerla presso di sé, giusto? Ma noi possiamo fare di meglio che lasciarci prendere dallo sconforto del senso comune, il quale a ben vedere non è mai servito a null’altro se non proprio ad esacerbare questo genere di situazioni: così come generalmente già fanno i consigli degli amici e delle persone che in totale buona fede cercano di aiutarci ad uscire dall’impasse che con tanta fatica ed impegno noi stessi abbiamo creato.

Per semplificare il modello logico-deduttivo, ecco qui uno schema immediatamente comprensibile:

SE X MANIMAN Y; SE NON-X MANIMAN Z dove Y e Z sono entrambe condizioni/situazioni sfavorevoli al soggetto.

Tertium non datur, non c’è via di uscita se non l’apatia, la perdita d’iniziativa, la paralisi, la compromissione dei rapporti interpersonali, del funzionamento sociale e lavorativo, etc. A ben vedere, è facile rintracciare in questo modello di funzionamento qualcosa di analogo ad una forma di doppio legame situazionale, nel quale per evitare le conseguenze negative di una certa scelta si opta per la non-scelta, la quale a sua volta è valutata nelle sue possibili conseguenze negative. L’unica via di uscita apparente sarebbe composta da un salto logico, dalla ricomposizione di una cornice mentale nella quale siano previste altre possibilità: le quali a loro volta facilmente potranno essere valutate solamente alla luce delle loro possibili conseguenze negative. Il meccanismo può ripetersi ad libitum.

La paralisi dell’iniziativa del soggetto giunge come un salvifico balsamo, quasi inevitabile. Balsamo salvifico fino a quando anche della detta paralisi non vengano valutate le possibili conseguenze negative, in meccanismo regressivo potenzialmente senza fine.

In conclusione? Maniman, è d’uopo una conclusione. E poiché viviamo in tempi in cui cerchiamo di vaccinarci da qualsiasi fonte di pericolo possibile perché maniman non si sa mai, poiché vogliamo vivere vite all’insegna della sicurezza, non ci rimane che fare tesoro della lezione del maniman. Perché basta veramente poco per renderci conto che siamo tutti un po’ maniman (soprattutto i liguri). Il mondo è pieno di nemici visibili ed invisibili e recentemente abbiamo imparato come persino il respiro nasconda delle insidie. Smettere di respirare sarebbe ovviamente la migliore delle opzioni possibili, ma come possiamo immaginare detta scelta potrebbe comportare delle conseguenze spiacevoli: perché se dopo maniman me ne dovessi pentire?

Covid, quarantena e malattie mentali: contributo (semiserio) per un’analisi.

Avvertenza per il lettore. Il post che segue è stato scritto da un professionista della salute mentale che si trova ogni giorno a fronteggiare sfide di crescente difficoltà, sia sul piano professionale che personale e nel farlo, mette cuore (tanto) e intelligenza (quella che c’è): non è mia intenzione banalizzare né ridicolizzare la sofferenza umana in qualsiasi forma essa si presenti. Vorrei tuttavia ricordare che nell’immortale capolavoro di Umberto Eco “Il nome della Rosa” la Biblioteca, arcigno deposito posto a guardiano di tutta la saggezza della cristianità, brucia fino alle proprie fondamenta perché un vecchio monaco vuole impedire che qualcuno legga e diffonda il secondo libro della Poetica di Aristotele: un libro che parla della commedia e del riso.

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C’è vita dopo il Covid? Ovvero, che vita ci aspetta tra qualche mese? Ce lo chiediamo tutti e tutti ci rispondiamo con parole di coraggio a volte, cerchiamo di nascondere le nostre paure. Ci sono cose che non ammetteremmo mai agli altri, altre cose che non vogliamo ammettere neanche a noi stessi. Abbiamo cantato sui terrazzi, o almeno, avremmo voluto farlo. Nei primi giorni dei ripetuti flash mob alcuni di noi hanno ballato, cantato, suonato canzoni ed inni. Alcuni ci hanno creduto, altri lo hanno fatto per conformismo, altri ancora forse, per sentirsi meno soli. Poi ci siamo lentamente abituati alla prospettiva di fare a meno di molte cose e di molti rituali che hanno composto la nostra quotidianità e del cui valore ci eravamo forse dimenticati. Abbiamo imparato a salutare senza abbracciarci e a volte ci siamo tenuti stretti in lunghi sguardi. Abbiamo imparato a smaterializzare le relazioni accorciando le distanze attraverso uno schermo. Siamo stati forti e coraggiosi quando c’era da incoraggiare e talvolta ci siamo scoperti fragili e indifesi. Con forza abbiamo rifiutato la naturale inclinazione a vedere nell’altro un nemico, un aggressore, un potenziale agente patogeno semovente, riconoscendo dietro la mascherina lo stesso stanco sguardo che ritroviamo la sera di fronte allo specchio. Abbiamo visto le nostre finanze restringersi fino a quasi scomparire, ci siamo trovati con il portafoglio in lockdown, mentre prendevamo l’ennesimo caffè dalla macchinetta self service. Ora che guardiamo al dopo Covid preparandoci mentalmente e spiritualmente per un’eventuale ritorno dello stesso durante la stagione invernale, viviamo i tempi di una narrazione omogenea, quasi intubata per quanto standardizzata, secondo la quale ci aspettano tempi in cui i legittimati timori, le ansie e le paure debbano quasi magicamente trasformarsi in quadri psicopatologici per affrontare i quali, ci viene detto, è pronta una pletora di specialisti pronti a garantirci che esiste una luce in fondo al tunnel a pagamento, ovvio. 

LA PAROLA DEGLI ESPERTI

Lessi qualche tempo fa di un famoso psichiatra americano di cui mi sfugge il nome, ma sicuramente famoso ed importante perché ha studiato ad Harvard. Egli sosteneva senza mezzi termini come la pandemia da Covid e le sucessive vicissitudini rappresenteranno un trauma profondamente insanabile capace di colpire tutti, senza esclusione di colpi. Il ché mi ha colpito. Non il trauma, s’intende, ma la categoricità e la sicumericità (sic!) di dette parole: possibile che neanche una ridotta minoranza di esseri umani possa avere le capacità e le risorse necessarie a superare questo momento senza finire, magari fra qualche anno, a dover parlare della mamma sdraiato su un lettino di finta pelle?

E poi la fiumana incessante, battente come la pioggia di novembre di consigli di illustri sconosciuti (sempre carissimi colleghi, s’intende) i quali si affrettavano ad affettare suggerimenti di vita per affrontare al meglio la quarantena. Perle di saggezza, straordinari contributi di bellezza che mi hanno permesso veramente di guardare al futuro con rinnovato entusiasmo. Mi permetto di suggerire una grossolana suddivisione di detti consigli in tre categorie che non hanno nessuna pretesa di esaustività, ovviamente. 

  • Il consiglio della parrucchiera

“Prenditi cura di te. Del tuo corpo, dei tuoi vestiti: tirali fuori e rimettili nell’armadio. Così, senza un senso, tanto per fare qualcosa. Devi occupare il tempo con delle cose. Le cose. Se devi andare in cucina, vacci coi tacchi. Riordina le cose di casa, ma prenditi il tempo di occuparti di cose che ti piacciono. Fai cose che ti piacciono. Capito? Fai cose. Cose così. Da piccola suonavi il piano come una capra potrebbe suonare la fisarmonica, ma ti sentivi l’orgoglio di mamma e papà? Ricomincia subito! Riscopri la dolcezza delle urla dei tuoi vicini che non sentivi da troppo tempo. Oppure forse esercitavi i tuoi straordinari talenti nelle arti pittoriche? Ricomincia subito. Ci sarà pure una ragione se hai smesso, ma tu non te ne curare.”

  • La Saggezza e la Luce.

“Questo può essere un periodo di grande crescita spirituale. Non hai mai letto un libro in vita tua, quindi ora è il momento di farlo. Preferibile che tu legga libri molto pesanti e voluminosi, non so il perché, ma pare che sia meglio così. Pratica Asatanakanapranayamanafava yoga. Per incominciare la posizione dell’Albero va benissimo (tanto dove credi di andare), qui ed ora metti le tue radici. Qui. Lì. No, un po’ più a destra. A seguire, saluto al sole. Medita. Fai un bagno di gong. All’inizio è scomodo entrare nella vasca con tutti quegli arnesi di metallo, ma è solo questione di abitudine. Accogli la noia ed il tedio come il Bene Assoluto dell’universo. Saluto al sole. Non ti stai rompendo le scatole, stai entrando in contatto con il tuo respiro (sole). Se vivi in un bilocale in otto, sarà per te l’occasione di comprendere profondamente il significato della profonda esigenza dello Spirito umano di Spazio Vitale (sole). Se vivi in un bilocale da solo, sarà per te l’occasione di comprendere quanto è importante la Connessione Astrale che unisce tute le persone da qualche parte in qualche tempo e per qualche motivo che mi sfugge (sole). E poi, hai già notato i cardellini che si accoppiano sulla grondaia (loro possono farlo salutando il sole). La Natura si riprende i suoi spazi. Il mondo sarà un luogo più bello e più vivibile. Dopo. Saluta il sole. Piove.”

  • Io ti spiezzo in due ma con grazia ed eleganza

“So cosa stai provando. Ti girano le palle. Sì, ti girano le palle. Non nascondere le tue emozioni, ma comunicale. Comunicale, con calma, ma comunicale. Hai capito? Comunicale. Comunica sempre le emozioni, come ti senti, cosa provi in ogni istante del giorno, sempre e ripetutamente, comunica tutto, comunica anche l’incomunicabile attraverso gesti e pantomime. Normale che detesti la tua compagna o il tuo compagno, ci stai tutto il giorno azzeccato. Se te lo potessi dire, ti direi di usare buone parole e buoni modi, ma che buone parole e buoni modi allungate con un paio di ceffoni rendono sicuramente la comunicazione più efficace, ma purtroppo non te lo posso dire e allora ti dico di essere assertivo. Sii assertivo. Hai capito? Sii assertivo. Perché non devi fare le cose perché te lo dicono gli altri, devi farle perché tu vuoi farle.”

Ammetto che spesso leggendo questi consigli degli psicologi su come affrontare al meglio la quarantena ho sempre tratto una leggera impressione di assoluta banalità, una pletora di luoghi comuni che manco mia nonna, qualcosa tipo I discovered hot water, ma questo certamente è dovuto ad un mio preciso senso di sfiducia verso la categoria per appartenere alla quale ho anche dovuto studiare parecchio (ogni commento è superfluo).

PERTANTO?

Siccome sappiamo che criticare l’operato degli altri è sempre più semplice che non proporre qualcosa di alternativo, ecco che nel mio piccolo vorrei dare un modesto contributo ad analizzare la situazione che si va creando da un punto di vista leggermente diverso. Sappiamo tutto di come la qualità delle nostre vite sia invariabilmente peggiorata in questi mesi e di come l’outlook che ci aspetta si prospetti persino più miserabile. Stiamo tutti imparando ad accettare l’idea che prima o poi finiremo in terapia a parlare della nostra infanzia per via di questa pandemia. Ma che dire di coloro i quali sono già da tempo ufficialmente svitati? Come se la passano quelle persone che in tutta onestà sono approdate alla quarantena come portatrici di una sana ed onesta diagnosi di disturbo mentale? Quelli che per dirla in altre parole non salgono sul carro dei vincitori delle malattie mentali all’ultimo miglio, quando ormai è chiaro come andranno a finire le cose, ma coloro i quali con spirito di abnegazione già da molto tempo affollano le sale d’aspetto dei cosiddetti specialisti (the specialists) permettendo a questi ultimi di compilare felicemente la loro denuncia dei redditi anno dopo anno? Il senso comune ci porterebbe giocoforza a immaginare che persone già fragili prima della pandemia non possano che viverne gli effetti sulla pelle con esacerbato dolore. Ma siamo sicuri che debba essere così? A questo proposito vorrei condividere con il lettore alcune esperienze dirette ed indirette delle quali sono venuto a conoscenza nel corso delle ultime settimane. Storie ai margini di una narrazione collettiva, ma pur sempre degne di essere ascoltate e condivise per il loro piccolo contenuto di verità, per quel piccolo pezzo di storia che portano con sé. Ma come sempre, è importante procedere con ordine. E l’ordine, in questo caso ce lo fornisce direttamente il tanto amato DSM (Diagnostic and Statistic Manual, APA), la Bibbia degli psichiatri americani (quindi anche di quelli nostrani) che ci spiega quali problemi abbiamo, ma nulla dice dei tanti problemi di cui soffre chi lo ha scritto. E non a caso. Quindi vediamo quali possano essere gli effetti della pandemia di Coronavirus su una serie di cosiddetti “disturbi mentali”.

  • DISTURBO DEPRESSIVO.

Uno degli aspetti più deprimenti nella vita del depresso di cui non si fa spesso menzione è rappresentato dall’insano quanto fallimentare tentativo della società civile di convincerlo che la vita, il mondo, l’universo intero non sia una totalità oscura e minacciosa; che l’avvenire possa presentare sì delle difficoltà, ma che in fin dei conti è opportuno guardare al futuro con speranza e fiducia. La speranza che questo esercizio, fatto in buona fede e con l’ovvia speranza che in qualche modo le solite parole ripetute per l’ennesima volta possano sortire miracolosamente un effetto nuovo, parossistico e sconvolgente, purtroppo è generalmente destinata a rimanere frustrata: difficilmente abbiamo assistito a persone che, definite depresse, di fronte all’ennesimo “dai, vedrai che domani sarà un giorno migliore, vedrai” si siano risolte ad urlare, gli occhi rivolti al cielo finalmente carchi di lacrime sì, ma di gioia, “Grazie alle tue parole, ora sì finalmente vedo che domani sarà un giorno migliore, vedrai.”

Inspiegabilmente, è più probabile che vedremo il nostro caro depresso incupirsi ancora di più, gli occhi spenti, le labbra ricurve verso il basso, mentre ci saluta per liberarsi dell’ennesimo rompiscatole “ottimista”, quindi incapace di vedere la realtà per quello che essa realmente è. Infatti spesso il depresso è convinto di vedere meglio degli altri la “vera” natura delle cose del mondo. Mentre da un lato denigra sé stesso esacerbando le proprie presunte mancanze e ridicolizzando le sue rimanenti risorse, spesso egli si avverte “superiore” nel suo percepirsi “inferiore”, quasi una sorta di involontario eroe tragicomico. Tragico, perché si sente consapevole a differenza degli altri di essere consegnato ad un destino senza speranza contro il quale combatte da vinto giorno dopo giorno; comico, perché in realtà unico e solo artefice (in)consapevole del proprio dramma esistenziale. Con l’arrivo della pandemia improvvisamente le cose cambiano. Il mondo si sente ammalato, interamente o quasi. Attorno al nostro caro depresso le cose cambiano. Per così dire, ogni giorno sempre più persone smettono di criticare silenziosamente la visione del mondo di quel “gran rompiscatole, ok sì che è malato però rimane un gran rompiscatole menagramo” ed iniziano ad abbracciare il depression-mode. E pertanto il nostro profeta di sventure può iniziare a sentirsi meno solo, finalmente compreso dal mondo intero che scivola esattamente nell’abisso da lui pronosticato e bandito inutilmente a tutti i suoi conoscenti. Forse il mondo potrà aprirsi ai suoi piedi come una crisalide in adorante adulazione del suo genio incompreso, del suo essere visionario e maledetto in un tripudio di bandiere e di baccanali tenuti in suo onore. Forse tutta quella sofferenza è servita a qualcosa, finalmente!

O forse no.

Oppure no. Forse no. Egli potrebbe esserne disturbato: come un predicatore che ha predicato al deserto per anni, ora vede di mal occhio quel florilegio di teorie complottiste  per le quali è stato denigrato per tanto tempo. Ora che il mondo riflette la sua immagine cupa, sordida, selvaggia e catastrofica, il depresso si sente meno solo d’accordo, meno incompreso, ma proprio per questo motivo egli avverte il pericolo di perdere la sua specifica unicità di predicatore solitario, quasi un Cristo destinato forse a salvare l’umanità attraverso i suoi ammonimenti (che devono rimanere inascoltati, ovvio: nemo profeta in patria). Quindi il depresso sempre meno depresso e sempre più disturbato dal comportamento irrazionale dei suoi simili non sa davvero più che pensare. La sua logica di funzionamento prevede un mondo in cui egli vede per gli altri e non per sé la possibilità di un godimento terreno a lui inaccessibile. Ora che questa logica vacilla, ora che detto godimento viene a tutti negato, egli è costretto a stabilire nuovi rapporti con la realtà, nuove chiavi di lettura per riuscire a rendersi la vita più impossibile che agli altri. Una missione non facile e non priva di rischi: come quello di trovarsi, con sua grande sorpresa e stupore, a pronunciare parole come “dai, domani sarà un giorno migliore, vedrai” chinato sopra le spalle abbattute di un suo simile. Similia similibus curantur.  

  • DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO
Mentre la fenomenologia del Disturbo Ossessivo-Compulsivo (detto anche affettuosamente DOC) è assai disparata, forse il comportamento più tipicamente iconico entrato nell’immaginario collettivo è rappresentato dal lavarsi ripetutamente le mani. Viene già da ridere al solo pensiero di riuscire, stando seri, a spiegare loro che il DOC è un disturbo mentale che li porta ad avere “irrazionali paure di contaminazione” in un periodo come questo in cui tutti sono affetti da “razionali paure di contaminazione”. Va da sé che ai tempi del Coronavirus il caro DOC è il vicino perfetto, l’ideale collega in ufficio, scrupoloso, attento, sempre mascherinato, che esce poche volte giusto il necessario per fare la spesa un paio di volte al mese, costantemente pronto a lavarsi le mani con soluzioni idroalcooliche, che schiva le persone e si tiene a debita distanza da tutti, un vero cittadino modello e d’ispirazione ai tempi della pandemia. Saprà istruire (via videochiamata, ca va sans dire) amici e conoscenti su tutte le più corrette procedure di disinfezione (mi correggo, ora si dice: sanificazione) delle superfici dure così come di quelle non più così dure, su come si tolgono e si mettono le mascherine e i guanti. E lo farà con la luce negli occhi di chi finalmente si sente a casa, in un mondo che finalmente ha smesso di comportarsi in maniera irrazionale ed irresponsabile facendo finta di non sapere che tutte le superfici siano esse esterne od interne al nostro corpo sono ricoperte da batteri e virus potenzialmente pericolosi che non aspettano altro che farci la festa, oltre che permetterci di assimilare il cibo.

  • AGORAFOBIA
Dai, siamo seri, ne vogliamo davvero parlare? Vogliamo davvero istituire il podio dei più felici abitanti del Regno di Pandemia? Eccoci qui, allora. Hai paura ad uscire di casa, hai il terrore di uscire di casa. Ricordi con tenerezza e un filo di nostalgia di quando tutti ti dicevano che sei bizzarro, malato o chissà che altro cercando di convincerti che non c’è nessun nemico invisibile là fuori pronto ad ammazzarti. Ora c’è! Finalmente è arrivato! Lo hai atteso per tutti questi anni spesi ad ingurgitare medicine senza effetto ed ora è finalmente qui, con noi. Tutti finalmente riconoscono, tutti sanno che esiste là fuori un nemico invisibile pronto ad ammazzarti. Il Governo ti dice di stare a casa, i social ti dicono di stare a casaAttorno a te quei poveretti che ti denigravano o che dicevano fingendo di capirti per poi voltare gli occhi al cielo, sono pronti a stracciarsi le vesti pur di andare da qualche parte, non importa dove… Da qualche altra parte. Mentre tu resti felice, immobile, posato e totalmente rilassato sul tuo divano di casa con il gatto sulle gambe che ti fa le fusa, tipo dottor No. Un pasha nel suo harem. E pure, perché anche nei sogni più belli c’è sempre un particolare fuori posto, noti che c’è qualcosa che non va. Perché stranamente, ma che idea assurda, ora che nessuno ti chiede di comportarti in un certo modo, ora che nessuno vorrebbe imbavagliarti e legarti ad una sedia e trasportarti allo stadio durante il derby urlando che sei tifoso della squadra avversaria per vedere l’effetto che fa, ecco proprio ora, senti come un prurito alle gambe. Come se le gambe volessero finalmente muoversi, libere. E tu sai che non è così, ma non puoi fare a meno di notare che più ti vogliono in casa, più tu inizi ad immaginare di uscire da quella maledetta porta e sentire l’odore della pioggia, che dicono sia così fresca e limpida in questo particolare periodo. Anche in città senti chiaramente gli uccelli tra le fronde degli alberi. A volte il loro cinguettio ti sembra quasi un richiamo, come se volessero dirti qualcosa. Ma per fortuna, tu sai che non è così. Tu sai che bastano poche di quelle inutili goccette e tutto torna alla tua consueta rassicurante normalità. Un profondo sospiro di sollievo. Non è cambiato nulla. Meno male che hanno inventato quelle utilissime goccette.

  • FOBIA SOCIALE
Come si può facilmente intuire, chi è affetto da Fobia Sociale tende a mettere in atto azioni di evitamento nei confronti delle altre persone; evita i luoghi affollati, tipicamente tende ad avere un numero ristretto di interazioni con poche persone significative vis-a-vis, quando è costretto da forze aliene e misteriose ad uscire di casa cerca di rendersi il più possibile invisibile agli occhi degli altri. A volte si barda il viso oppure si veste con i colori tipici delle moderne attrezzature di decoro urbano presenti in ogni agglomerato umano: panchine, portacenere, portabiciclette, contenitori portarifiuti, etc. Giustamente convinto che tutti lo osservino e lo giudichino “strano“, egli è intrappolato in un paradosso per il quale più cerca di mimetizzarsi con lo sfondo, più il suo comportamento vistosamente bizzarro balza agli occhi dei presenti. Ma un aspetto meno ovvio del problema, meno raccontato e rappresentato perché forse banalizzato nella sua presunta secondarietà è il rapporto con il “giorno di festa”, l’atroce inesorabile sequenza di giorni che dal lunedì, giorno amabilissimo, conduce al giovedì, fino al venerdì, per approdare al giorno più infame di tutti: il sabato a sera. Il sabato sera rappresenta infatti il momento più temuto ed odiato dal fobicosociale, il momento in cui trovandosi da solo in casa ed immaginando che la totalità del genere umano, sette miliardi di persone bambini e ultranovantenni inclusi, ballino e facciano festa in una gigantesca discoteca sudamericana, si sente veramente solo. Siccome il senso comune offre sempre delle valide e ben collaudate soluzioni ad ogni umano problema, il buon viandante, il samaritano che si ferma sulla via per donarti il suo mantello cercherà in ogni modo e con condivisibilissime e ragionevolissime argomentazioni di spiegargli che nella realtà anche a lui come a tutti è capitato di passare il sabato sera a casa: prima di salutarlo per raggiungere i suoi amici in pizzeria, il buon samaritano armato delle migliori intenzioni sarà riuscito a distruggere adeguatamente ogni restante velleità di qualsiasi pallida speranza eventualmente rimasta nel nostro caro fobicosociale… Ora, nel Regno di Pandemia dove come in una parabola di bibliche proporzioni gli ultimi saranno i primi, ecco che la trasformazione del vino in acqua permette al nostro caro fobicosociale di godersi in santa pace questi sabati in casa, immaginando immense discoteche vuote, aperitivi deserti, ristoranti desolati, pizzerie chiuse, etc. Avverte persino un senso di piacevole sicurezza nascosto dietro la sua mascherina, sicuro di essere bizzarro e strampalato in mezzo ad altri bizzarri e strampalati. 

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Eccoci giunti alla fine di questo nostro breve viaggio. Chi scrive spera che il lettore abbia trovato modo di sorridere e forse anche di riconoscersi a volte, come capita quando ci guardiamo nei frammenti di uno specchio in frantumi. Spesso capita di vedere in giro l’espressione andrà tutto bene, e credo che il generale intendimento di questa espressione sia quello che tutto tornerà come prima. Non illudiamoci, non tornerà tutto come prima e a ben vedere, neanche dovremmo sperare che accada. E di converso sì, ne sono sicuro. Andrà tutto bene. Ed andrà tutto bene nella misura in cui per ciascuno di noi, nel proprio insignificante pezzetto di universo sul quale possiede una certa influenza, non tornerà tutto come prima.

Istruzioni per rendersi infelici

“Da un essere umano, cosa ci si può attendere? Lo si colmi di tutti i beni di questo mondo, lo si sprofondi fino alla radice dei capelli nella felicità, e anche oltre, fin sopra la testa, tanto che alla superficie della felicità salgano solo bollicine, come sul pelo dell’acqua; gli si dia da vivere, al punto che non gli rimanga altro da fare che dormire, divorare dolci e pensare alla sopravvivenza dell’umanità; ebbene, in questo stesso istante, proprio lo stesso essere umano vi giocherà un brutto tiro, per pura ingratitudine, solo per insultare. Egli metterà in gioco persino i dolci e si augurerà la più nociva assurdità, la più dispendiosa sciocchezza, soltanto per aggiungere a questa positiva razionalità un proprio funesto e fantastico elemento. Egli vorrà conservare le sue stravaganti idee, la sua banale stupidità…”

F. Dostoevskji, Memorie dal sottosuolo

 

Una delle definizioni di felicità più complete ed esaustive mi fu data qualche anno or sono da un ragazzo il quale in breve mi disse come per lui la felicità consistesse nel rimanere immobile in letto tutto il giorno, possibilmente davanti ad un televisore. Il cibo doveva essergli servito direttamente nel cavo orale, di modo che lui potesse rimanere immobile a guardare la televisione. Gli sorrisi e distolsi lo sguardo a notare le lunghe pareti bianche della corsia. Sentivo lo sferragliare del carrellone dei pasti in arrivo nel corridoio e mi allontanai dal letto per dare un’occhiata: l’infermiera si avvicinava con il suo sostanzioso carico di cibi. Ritornando dove giaceva il ragazzo, diedi una veloce occhiata al televisore perennemente acceso sul muro. “Tu non sai quanto sei vicino alla tua felicità!”, dissi al ragazzo, andandomene a respirare un po’ di aria fresca fuori dal reparto di psichiatria.. 

Chi bollasse dette parole come le esternazioni di un povero malato rischierebbe di non percepire la chiarezza della sua “ricetta per la felicità“. Quante volte abbiamo sentito le persone dichiarare che per essere felici “basterebbe così poco”, senza mai essere in grado di specificare in cosa diavolo consista quel poco? Non aiuta, da questo punto di vista, la vastissima scelta di libri e libelli che confezionano ricette per la felicità al ribasso il cui messaggio un po’ grossolanamente potrebbe essere racchiuso nella generica formula “Fermati ad annusare i fiori e quando lo fai rifletti su quanto sei fortunato ad avere ancora un naso per farlo”. E certamente chi si sente in grado di trasformare la teoria in prassi potrà sostenere quanto questo atteggiamento funzioni. Per chi invece come noi nutre il dubbio che non possa esistere una soluzione così semplice alla dilagante insofferenza verso la vita e voglia provare a tutti i costi a sé stesso e agli altri che a tutti gli effetti la felicità non è raggiungibile (e per questo bisogna dannarsi nella sua miserabile quanto inutile ricerca), questo piccolo capolavoro di tagliente ironia non è una lettura consigliata. Perché sfogliando una ad una le sue pagine, questo libello mette in luce e ridicolizza tutti i nostri sforzi per rendere la nostra vita un miserabile gioco al massacro di noi stessi e degli altri che, per loro sventura, ci stanno attorno. Ed è un viaggio entusiasmante da compiere, perché ci costringe a guardarci allo specchio e a provare per noi stessi un po’ di sana tenerezza, lo stesso sguardo con cui si potrebbero ammirare certi giochi dei bambini, quando al riparo nella loro cameretta stanno, nella loro immaginazione, salvando la terra da misteriose minacce aliene… Come non citare le parole dello psicologo Alan Watts a questo punto, il quale ci ricorda come la vita sia essa stessa un gioco la cui prima regola è: questo non è un gioco, questa è una cosa dannatamente seria? Il libro è scritto in un linguaggio semplice, chiaro. Watzlawick sa trattare argomenti di crescente complessità come fosse il gioco di un bimbo e non potrebbe essere altrimenti per un uomo che ha masticato i dolori e le sofferenze delle persone e praticato terapia per oltre quarant’anni. Non ci si faccia ingannare dall’apparente superficialità del suo testo: come l’esperto artigiano sa praticare la sua arte compiendo pochi, semplici gesti, allo stesso modo l’autore distilla in cento pagine la saggezza di una vita di lavoro ad aiutare gli altri. Perché come diceva Einstein, se non lo sai spiegare in maniera semplice, allora non lo hai capito abbastanza

Psicoterapia: Cosa funziona davvero quando davvero funziona

“Nessuno è come il mio rabbi. Lui non solo parla direttamente con Dio, ma pensa, Dio parla direttamente con lui!” 

“Non ci credo. Ci sono dei testimoni? Se il tuo rabbi dice così, allora mente”. 

“Davvero? Beh, qui c’è la prova che dice il vero: potrebbe Dio parlare direttamente con un bugiardo?”

P. Watzlawick 


Diversi anni fa, sul quotidiano La Nazione è comparsa una storia piuttosto singolare. Una donna affetta da psicosi pronta per essere trasferita dall’ospedale di Grosseto ad una clinica psichiatrica di Napoli, viene accompagnata verso l’ambulanza che l’attende. Alla vista dell’ambulanza la donna, in precedenza tranquilla, inizia a decompensarsi rapidamente. Dapprima si agita ed oppone resistenza. Poi l’attacco psicotico la porta al punto di sostenere di essere addirittura un’altra persona, mentre scalcia e impreca al punto da dover essere sedata e contenuta fisicamente dagli infermieri. Solo un’ora dopo nei pressi di Roma, l’ambulanza viene fermata da una macchina della Polizia e la signora, in realtà parente di una ricoverata, viene ricondotta con molte scuse a Grosseto.

“La psicoterapia è ciò che dici che è”

Così sostiene Watzlawick con il suo consueto spirito tagliente. Dev’essere vero, se nel 1990 Zeig & Munion riescono a mettere insieme almeno 80 diverse definizioni di psicoterapia ad opera di altrettanti terapisti dell’epoca e si domandano se veramente esista un qualcosa che possiamo chiamare psicoterapia.. Le cose non migliorano se dalla “semplice” definizione passiamo alla ricerca di un comune orizzonte teorico su come esse dovrebbero promuovere un cambiamento nelle persone. E certamente, qualche collega riuscirà ad intravedere in tutto questo un qualcosa di positivo ed utile: perché le persone non sono tutte uguali, ognuno rappresenta un universo a sé stante e bla, bla, bla, tutti d’accordo su questo. Ma se qualcuno si trovasse su un tavolo operatorio per una semplice operazione all’appendice e si trovasse circondato da 200 medici ed ognuno di loro sostenesse che  il proprio metodo di operare è il migliore, ebbene quella persona li lascerebbe ben volentieri alle loro dotte disquisizioni e se la darebbe a gambe levate. 

Parliamo di efficacia

E allora forse sarebbe più semplice parlare di efficacia delle terapie. Il condizionale è d’obbligo: perché non esiste accordo neppure sullo stesso concetto di efficacia della terapia, quindi risulta difficile condurre degli studi che possano dirci sì, questo approccio funziona meglio di quell’altro con questa particolare diagnosi. Diversamente da quanto accade per esempio in medicina, campo nel quale esistono precisi criteri per stabilire se un intervento funziona meglio di un altro. Criteri elaborati da un assunto comune che potrebbe recitare così: qualsiasi terapia che non ammazza il paziente è sempre da ritenersi più efficace di qualsiasi terapia che al contrario risulti nella cessazione delle sue funzioni vitali. E tuttavia, ritornando alla nostra cara psicoterapia… Cosa considerare come successo terapeutico? La semplice cessazione dei sintomi? Oppure un certo cambiamento a livello della personalità? Relazioni interpersonali più soddisfacenti, una migliorata capacità di lavorare ed in generale di vivere, crescita personale, tutto questo insieme o nulla di tutto questo? Ancora una volta, riecheggiano nella mente le parole di Watzlawick, che ci ammonisce che la terapia è, effettivamente, quello che diciamo che è.

 

Sento il bisogno di ricapitolare la situazione, emergere un istante dal flusso di pensiero ed ordinare le idee per capirci meglio qualcosa, se possibile. Sono state censite nel mondo circa 400 scuole di psicoterapia ufficiali, il ché potrebbe già bastare per mettere in crisi anche la pazienza del paziente più benintenzionato. Di queste 400 scuole non esistono dati chiari ed inequivocabili che possano suggerire alla persona per il problema X è meglio rivolgersi alla terapia Y,  come se uno avesse un dolore allo stomaco e gli dicessero, un podologo potrebbe fare al caso tuo esattamente come un neurologo o un andrologo o un ginecologo, basta che ti fai vedere da uno bravo. E allora ne prende uno a caso, sembra che funzioni, ma poi il dubbio lo assale: funzionerà davvero? Non sarà un’illusione? Cosa vuol dire che la terapia funziona? vuol dire che è efficace? E secondo quali criteri di efficacia? Non sarà solo una riduzione dei sintomi? E se la mia personalità ne rimanesse invariata? Vengono alla mente le parole di Richard Bandler, il quale con la sua consueta ironia sosteneva che la psicologia è l’unico sapere nel quale i suoi adepti litigano sul modo migliore di non curare le persone. 

Soluzioni

Ma per fortuna anche nelle più grandi tragedie dell’umanità, anche quando il moscerino del nostro ingegno pare non riuscire a trovare la via d’uscita dalla bottiglia (parafrasando Wittgenstein), qualcosa di salvifico accade sempre. Perché in quel momento ci giunge voce che a dispetto dell’orientamento teorico, delle concezioni di sanità e di malattia, delle oscure tecniche e della particolare liturgia seguita da questa o da quella scuola, tutte le terapie funzionano in qualche misura. Che sia anche uno su mille che ce la fa, ma tutti ce la possono fare. Che passino 2, 3, 7, 15 anni, ma c’è speranza per tutti. Eureka! Ma prima di stappare una bottiglia dalla gioia, soffermiamoci un momento a riflettere sul significato di questa osservazione. Se indipendentemente dagli orientamenti e dalle infinite tecniche e dalle più improbabili spiegazioni, narrazioni del perché qualcosa abbia funzionato e nell’assoluta ignoranza di cosa sia veramente quel qualcosa che funziona, perché non ribaltare il tavolo e partire dalla fine. Qualcosa funziona. Bene: andiamo a vedere di che cosa si tratta. E così, alcuni hanno messo da parte le diatribe sugli orientamenti e sulle teorie per concentrarsi su quali siano gli ingredienti di una terapia che funziona.

 

Basta che funzioni…

In un interessante articolo di Joseph Barber, l’autore riassume qelli che a suo avviso sono in componenti sine qua non una terapia possa funzionare. Rapport, Reframing, Positive Expectations. Vediamoli insieme

Con rapport si intende non tanto e non solo una modalità di ascolto, quanto un modo di “essere presente”, di relazionarsi con un’altra persona.  Esempi di persone con le quali proviamo “rapport” sono quelle persone con cui stiamo bene insieme, ci troviamo a nostro agio, condividiamo esperienze e ascoltiamo le loro impressioni perché siamo genuinamente curiosi ed interessati dei loro punti di vista. Quindi il terapeuta che funziona bene e quindi è efficace nell’aiutare l’altro è quella persona che  sa farsi ascoltare oltre che ascoltare, qualcuno a cui istintivamente sentiamo di poter dare fiducia, con cui avvertiamo un senso di vicinanza, di comunanza. Quindi se il tuo terapeuta ti comunica coi modi e con le parole una certa distanza che percepisci come eccessiva, non sa catturare la tua attenzione quando ti parla e in generale sarebbe l’ultima persona a cui affideresti il tuo gatto per una settimana, ebbene è probabile che tutto questo infici negativamente il buon esito di una terapia e magari potresti valutare l’ipotesi di cercare un altro terapeuta.

 

Reframing o ristrutturazione indica una procedura retorica che consiste nel cambiare il significato di un evento o di un “pezzo” di realtà. Banalizziamo? La classica storia del bicchiere mezzo pieno oppure mezzo vuoto, insomma. Rendiamola un po’ più complessa? L’onnipresenza di telecamere e le continue riduzioni delle libertà personali diventano politiche per la sicurezza dei cittadini, quindi qualcosa di desiderabile ed auspicato dalle masse di controllati. Già Epitteto, filosofo greco vissuto tra il I e il II secolo d.C. poteva sostenere: “La gente non è disturbata dalle cose in sé, ma dall’opinione che ha su di esse”. Va da sé, che delle due l’una: o cambiamo le cose, oppure cambiamo le opinioni. E ci sono volte in cui le cose si possono cambiare, altre volte in cui è più economico e più semplice cambiare le nostre opinioni. E perché a volte il modo migliore per cambiare le cose consiste proprio nel cambiare le nostre opinioni e notare come questo cambiamento modifica la “cosa” in questione. Un esempio preso dal vero? Uno studente universitario ottiene risultati accademici molto scarsi e si sente in colpa perché i suoi genitori lo stanno aiutando nei suoi studi e lui, oltre a non riuscire a produrre i risultati attesi, trova lo studio un’attività penosa ed insopportabile. Sente che al contrario dovrebbe essere felice di studiare, ma inevitabilmente altre attività ludiche legate all’ambiente universitario e non, lo distraggono dal suo compito. Ora, in questo caso abbiamo una credenza che può essere ristrutturata: che siccome i suoi gli pagano gli studi, lui deve essere felice di studiare. Ed ecco la bellezza della ristrutturazione quando al contrario, gli si dice che il fatto di studiare con fatica rappresenta una sorta di “pagamento” per i “sacrifici” che stanno sostenendo i suoi genitori per farlo studiare. Quindi da un certo punto di vista lo studente viene incoraggiato a studiare controvoglia e a gioire del fatto che lo studio gli pesa.Questa prescrizione, paradossale finché gli vogliamo, permette allo studente di liberarsi dai sensi di colpa. Gli permette di continuare a studiare, a volte con piacere e a volte perché è sua responsabilità farlo, nella consapevolezza che nessuno gli impone di farsi piacere gli studi. E questo cambiamento permette al ragazzo di modificare la sua realtà esterna in quanto le votazioni agli esami incominciano a migliorare e ad allinearsi con le sue aspettative e questo gli consente di sorprendersi, suo malgrado sempre più spesso soddisfatto e contento .

Il terzo ingrediente è quello dell’aspettativa positiva. Se non ci aspettiamo di poter riuscire a fare qualcosa, è molto probabile che non riusciremo a raggiungere i nostri obiettivi. Se non riusciamo a trovare una persona attorno a noi che ci dia un credito di fiducia a cui attingere, quella persona può e deve essere il nostro terapeuta. Quando eravamo piccoli ci siamo sempre avvalsi di persone che ci dicessero coraggio, ce la puoi fare. A volte i genitori, a volte un parente meno prossimo, a volte un amico ed anche degli sconosciuti. Quello che chiameremmo incoraggiamento. Ma l’incoraggiamento senza il rapport è niente: ci servono le parole e i fatti di qualcuno di cui ci fidiamo e a cui diamo credito. E proprio quelle parole ci hanno permesso di crescere come adulti fiduciosi in noi stessi. E quando quella fiducia ci manca anche solo temporaneamente, ancora una volta possiamo rivolgerci agli altri. Il grande psichiatra americano Milton Erickson diceva, un terapeuta deve essere assolutamente sicuro in quello che dice e fa. Deve essere in grado di fare il tifo per il proprio cliente. Deve avere chiara la visione della persona che la persona vuole diventare e trasmettergli un senso di assoluta fiducia nelle possibilità di questa persona. Se il nostro terapeuta non è in grado di trasmetterci questa fiducia, ancora una volta abbiamo la possibilità di chiederci se non è il caso di cercarcene un altro. 

Una riflessione. Nella mia personale esperienza di formazione ho studiato ed approfondito decine di autori e studiosi della psiche umana. Ho letto che tutti i problemi che affliggono l’animo umano provengano da un lontano passato. Che “esiste” una cosa chiamata “personalità” che in qualche modo ci costringe a comportarci più o meno in modi simili, ma che in contesti diversi possiamo comportarci come persone diverse. Che ogni volta che una persona sente di non poter superare un problema, allora ha bisogno di un terapeuta, un esperto di cose umane, e ci sono terapeuti che apparentemente hanno poco di umano e se guardi i loro figli c’è da mettersi le mani nei capelli. Poi un giorno ho compreso che il “terapeuta esperto di cose umane” ci serve quando non c’è nessun altro intorno a noi che ci sappia dare quello di cui necessitiamo. E a volte è una parola, a volte è l’ascolto, a volte un silenzio. Perciò quando incontro una persona che mi dimostra di saperlo fare, di saperci essere, me la tengo stretta e mi chiedo se anche io possa essere quella persona per lui. Perché a ben vedere, al di là delle specifiche competenze lavorative e ci sono ingegneri, geometri, architetti, manovali, barbieri… Tutti noi in quanto esseri umani siamo ben donde esperti di umanità. Ma a volte, fingiamo di non saperlo. 

L’effetto Pigmalione. Questo dimenticato.

“Era venuto il giorno della festa di Venere, celebrata in tutta Cipro, e Pigmalione, compiute le offerte, rimase in piedi e disse con voce esitante: “Se voi potete tutto, fate che sia mia moglie”, e non osò dire “la ragazza d’avorio”, ma disse “qualcuna che le somigli”. Ma l’aurea Venere, che era presente alla sua festa, capì il vero senso della preghiera (…). Tornato a casa, andò dalla statua della sua ragazza, si gettò sul letto a baciarla, e gli parve che si riscaldasse. Di nuovo la bacia, le tocca il petto, e l’avorio toccato s’ammorbidisce dalla sua durezza (…). Era davvero un corpo: le vene toccate pulsavano. Allora l’eroe di Pafo pensò le parole più piene per rendere grazie alla dea, e intanto con le sue labbra preme quelle altre labbra finalmente vere, e la ragazza sentì i baci e arrossì e, sollevando alla luce gli occhi timidi, vide insieme il cielo e l’amante”.

Ovidio, Metamorforsi X, Il trionfo dell’illusione

E quindi, questo Pigmalione. Tutto iniziò dall’amore impossibile di uno scultore per una statuetta di avorio raffigurante una donna bellissima. Così bella, che a guardarla ti domandavi quando avrebbe finalmente deciso di iniziare a muoversi. Pigmalione inizia a chiamarla la sua ragazza. Le fa molti doni, come si fa con la propria innamorata. La stende su un letto di porpora e l’adagia sulle morbide piume. La cura come se fosse di carne. Come se quell’avorio potesse un giorno regalargli un palpito del suo cuore.  Come se. Ed è quel come se, quella speranza irragionevole di uomo innamorato che un giorno fa sì che la dea ascolti le sue preghiere ed esaudisca il più grande sogno di Pigmalione.

Questo, per il mito.

Nel 1964 il ricercatore Robert Rosenthal somministrò un test di intelligenza agli studenti di questa scuola, la Spruce Elementary school in California.

Passano i secoli, se necessario anche più di uno per volta. Approdiamo nei primi anni ’60 del secolo passato, per l’esattezza. Immaginiamo per un istante l’esterno di una scuola elementare in California. Dentro, circa 650 bambini che stanno per entrare nella storia della psicologia, sebbene a loro insaputa. Fuori, due arruffati signori, un uomo ed una donna che discutono sul da farsi prima di entrare nell’istituto. In mano hanno un largo faldone di fogli, forse qualcuno cade a terra, o forse no. Questi due ricercatori tra pochi istanti dovranno informare le insegnanti su come somministrare un innovativo test di intelligenza ai loro studenti. Infatti, questo test, oltre a misurare il quoziente intellettivo degli alunni permette soprattutto di identificare quel 20% di bambini i quali hanno potenzialità intellettive tali da permettere nel tempo un incremento di intelligenza e risultati scolastici di gran lunga superiore al resto dei loro compagni. E così, nei giorni seguenti più di 600 bambini si sottopongono a questo test di intelligenza e di questi, circa un centinaio mostra di possedere doti intellettive tali da garantire loro un sicuro vantaggio rispetto agli altri. Passa un anno ed il ricercatore ritorna alla scuola per verificare il corretto funzionamento del suo test di intelligenza ed in particolar modo quanto esso sia stato in grado di predire i progressi di quel gruppo di fortunati bambini così particolarmente dotati. Ebbene, nessuno si stupisce degli eclatanti miglioramenti al test di intelligenza: quel 20% di bambini indicati dal test come probabili soggetti ad uno sviluppo eccezionale delle loro capacità intellettive, effettivamente erano più intelligenti dei loro compagni. La sorpresa, a cui le maestre non erano state preparate, arriva quando viene comunicato loro che il test effettivamente misurava l’intelligenza, ma il famoso 20% di bambini la cui intelligenza si sarebbe evoluta in modo esplosivo di lì a poco… Era stato selezionato a caso. Siamo stati abituati a credere che l’intelligenza sia un “tratto” caratteristico delle persone con forti basi biologiche, che in qualche modo uno nasce destinato dai suoi geni ad essere più o meno intelligente, questo in qualche maniera deresponsabilizzando genitori ed istituzioni preposte a ruoli educativi: “se mio figlio non capisce di matematica, è perché anche suo padre, e suo nonno, e il postino erano così”, e magari qualcuno potrebbe tirare in ballo spiegazioni anche più fantasiose, come l’oroscopo: “i Gemelli sono doppi, quindi è normale che ci acchiappino con le addizioni”. Eppure, l’esperimento di Rosenthal, mostra chiaramente che proprio l’aspettativa di un miglioramento produce quel miglioramento persino a carico di una caratteristica che si riteneva essere largamente determinata dalla nascita. 

 

Una rappresentazione grafica del modello di funzionamento dell'effetto Pigmalione.

La profezia che si auto-realizza rappresenta uno dei fenomeni più largamente studiati, universalmente riconosciuti e parallelamente, mostruosamente ignorati: “L’effetto Pigmalione è un pezzo di scienza importante che viene trascurato. Non ha avuto l’effetto dirompente che avrebbe dovuto avere nel mondo ed è un vero peccato”, dice Dov Eden, professore dell’università di Tel Aviv consulente per le forze armate. In effetti, a ben vedere, ci sono centinaia di esperimenti che hanno verificato l’influenza della profezia che si auto-realizza in qualsiasi ambito di attività umana e non solo, perché anche gli animali ne sono influenzati*. Siamo ancora così sicuri che le differenze tra le razze canine siano dovute a non meglio precisate differenze biologiche, oppure il fatto che consideriamo alcuni tipi di cani “da guardia” oppure “da compagnia” potrebbe essere in larga parte responsabile del loro comportamento? Fino a qualche anno fa per esempio, era solito considerare un tratto tipico del comportamento del cane il fatto di non andare esattamente d’accordo con i gatti: in tempi più recenti osserviamo sempre più spesso come cani e gatti convivano pacificamente insieme. Cosa può essere cambiato se non l’effetto delle nostre aspettative sopra il comportamento dei nostri amici a quattro zampe? Possiamo ancora guardare al cosmo e pensare tranquillamente che costellazioni distanti migliaia di anni luce da noi possano avere una qualche influenza su di noi, oppure iniziamo a vedere una dimensione molto più terrena, umana, vicina al nostro microcosmo di relazioni umane? I segni di terra, essendo di terra, sono persone orientate alle cose materiali, mentre i segni di aria, chiaramente, hanno la testa tra le nuvole. La bilancia è un tipo certamente equilibrato… I gemelli sono doppi… Devono aver pensato la stessa cosa quelle tribù africane i cui giovani componenti mangiavano il cuore del leone per incorporare la sua forza ed il suo coraggio. E l’uomo del neolitico mangiava il cervello dei propri cari passati a miglior vita per acquisire le sue conoscenze, il suo status. Ed in fin dei conti, quando indossiamo le stesse mutande di cui Cristiano Ronaldo è il testimonial ancora una volta stiamo replicando il medesimo schema. Ma basta con le divagazioni. Ritorniamo per un attimo al cuore dell’esperimento di Rosenthal sopracitato, ormai storico, e delle centinaia di esperimenti simili che sono seguiti. L’aspettativa, per essere comunicata e quindi reificata, trasformata in “cosa”, oggetto di credenza, si nutre di parole, di etichette linguistiche come “intelligente”, “scaltro”, “autonomo”, certo, ma anche etichette quali “stupido”, “ritardato”, “dipendente”. E proprio queste parole, una volta incorporate nei discorsi che gravitano attorno alle persone tendono a diventare una “benedizione” che ci accompagna e ci permette di dare il nostro meglio, oppure al contrario una “maledizione” che ci perseguita e ci scoraggia. Quante volte abbiamo cercato per lo più invano, di modificare il comportamento di una persona sbattendogli in faccia quelle parti del suo modo di comportarsi che non ci piacciono. “Sei sempre in ritardo”, “non dici mai la verità”, “tu non sai cosa sia il rispetto degli altri”, “pensi solo a te stesso”. Una lista che potrebbe continuare all’infinito… Una lista di profezie che tendono ad auto-realizzarsi. Ora, non pretendo che da queste poche righe in un articolo senza troppe pretese possano avere il potere di cambiare il modo in cui ci relazioniamo con gli altri. Ma credo che possano fornire un piccolo spunto per una riflessione personale. Chiudo questo argomento con il desiderio di ritornarvi parlando di un altro fenomeno piuttosto significativo, strettamente correlato, chiamato effetto placebo, e di come quest’ultimo possa avere incredibili ripercussioni sulla nostra salute. Ogni commento è gradito! Grazie della lettura.


(*) Gli effetti dell’aspettativa dello sperimentatore sono stati evidenziati anche a carico del comportamento delle cavie da laboratorio come topi e persino dei vermi.

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