Covid, quarantena e malattie mentali: contributo (semiserio) per un'analisi.

Covid, quarantena e malattie mentali: contributo (semiserio) per un’analisi.

Avvertenza per il lettore. Il post che segue è stato scritto da un professionista della salute mentale che si trova ogni giorno a fronteggiare sfide di crescente difficoltà, sia sul piano professionale che personale e nel farlo, mette cuore (tanto) e intelligenza (quella che c’è): non è mia intenzione banalizzare né ridicolizzare la sofferenza umana in qualsiasi forma essa si presenti. Vorrei tuttavia ricordare che nell’immortale capolavoro di Umberto Eco “Il nome della Rosa” la Biblioteca, arcigno deposito posto a guardiano di tutta la saggezza della cristianità, brucia fino alle proprie fondamenta perché un vecchio monaco vuole impedire che qualcuno legga e diffonda il secondo libro della Poetica di Aristotele: un libro che parla della commedia e del riso.

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C’è vita dopo il Covid? Ovvero, che vita ci aspetta tra qualche mese? Ce lo chiediamo tutti e tutti ci rispondiamo con parole di coraggio a volte, cerchiamo di nascondere le nostre paure. Ci sono cose che non ammetteremmo mai agli altri, altre cose che non vogliamo ammettere neanche a noi stessi. Abbiamo cantato sui terrazzi, o almeno, avremmo voluto farlo. Nei primi giorni dei ripetuti flash mob alcuni di noi hanno ballato, cantato, suonato canzoni ed inni. Alcuni ci hanno creduto, altri lo hanno fatto per conformismo, altri ancora forse, per sentirsi meno soli. Poi ci siamo lentamente abituati alla prospettiva di fare a meno di molte cose e di molti rituali che hanno composto la nostra quotidianità e del cui valore ci eravamo forse dimenticati. Abbiamo imparato a salutare senza abbracciarci e a volte ci siamo tenuti stretti in lunghi sguardi. Abbiamo imparato a smaterializzare le relazioni accorciando le distanze attraverso uno schermo. Siamo stati forti e coraggiosi quando c’era da incoraggiare e talvolta ci siamo scoperti fragili e indifesi. Con forza abbiamo rifiutato la naturale inclinazione a vedere nell’altro un nemico, un aggressore, un potenziale agente patogeno semovente, riconoscendo dietro la mascherina lo stesso stanco sguardo che ritroviamo la sera di fronte allo specchio. Abbiamo visto le nostre finanze restringersi fino a quasi scomparire, ci siamo trovati con il portafoglio in lockdown, mentre prendevamo l’ennesimo caffè dalla macchinetta self service. Ora che guardiamo al dopo Covid preparandoci mentalmente e spiritualmente per un’eventuale ritorno dello stesso durante la stagione invernale, viviamo i tempi di una narrazione omogenea, quasi intubata per quanto standardizzata, secondo la quale ci aspettano tempi in cui i legittimati timori, le ansie e le paure debbano quasi magicamente trasformarsi in quadri psicopatologici per affrontare i quali, ci viene detto, è pronta una pletora di specialisti pronti a garantirci che esiste una luce in fondo al tunnel a pagamento, ovvio. 

LA PAROLA DEGLI ESPERTI

Lessi qualche tempo fa di un famoso psichiatra americano di cui mi sfugge il nome, ma sicuramente famoso ed importante perché ha studiato ad Harvard. Egli sosteneva senza mezzi termini come la pandemia da Covid e le sucessive vicissitudini rappresenteranno un trauma profondamente insanabile capace di colpire tutti, senza esclusione di colpi. Il ché mi ha colpito. Non il trauma, s’intende, ma la categoricità e la sicumericità (sic!) di dette parole: possibile che neanche una ridotta minoranza di esseri umani possa avere le capacità e le risorse necessarie a superare questo momento senza finire, magari fra qualche anno, a dover parlare della mamma sdraiato su un lettino di finta pelle?

E poi la fiumana incessante, battente come la pioggia di novembre di consigli di illustri sconosciuti (sempre carissimi colleghi, s’intende) i quali si affrettavano ad affettare suggerimenti di vita per affrontare al meglio la quarantena. Perle di saggezza, straordinari contributi di bellezza che mi hanno permesso veramente di guardare al futuro con rinnovato entusiasmo. Mi permetto di suggerire una grossolana suddivisione di detti consigli in tre categorie che non hanno nessuna pretesa di esaustività, ovviamente. 

  • Il consiglio della parrucchiera

“Prenditi cura di te. Del tuo corpo, dei tuoi vestiti: tirali fuori e rimettili nell’armadio. Così, senza un senso, tanto per fare qualcosa. Devi occupare il tempo con delle cose. Le cose. Se devi andare in cucina, vacci coi tacchi. Riordina le cose di casa, ma prenditi il tempo di occuparti di cose che ti piacciono. Fai cose che ti piacciono. Capito? Fai cose. Cose così. Da piccola suonavi il piano come una capra potrebbe suonare la fisarmonica, ma ti sentivi l’orgoglio di mamma e papà? Ricomincia subito! Riscopri la dolcezza delle urla dei tuoi vicini che non sentivi da troppo tempo. Oppure forse esercitavi i tuoi straordinari talenti nelle arti pittoriche? Ricomincia subito. Ci sarà pure una ragione se hai smesso, ma tu non te ne curare.”

  • La Saggezza e la Luce.

“Questo può essere un periodo di grande crescita spirituale. Non hai mai letto un libro in vita tua, quindi ora è il momento di farlo. Preferibile che tu legga libri molto pesanti e voluminosi, non so il perché, ma pare che sia meglio così. Pratica Asatanakanapranayamanafava yoga. Per incominciare la posizione dell’Albero va benissimo (tanto dove credi di andare), qui ed ora metti le tue radici. Qui. Lì. No, un po’ più a destra. A seguire, saluto al sole. Medita. Fai un bagno di gong. All’inizio è scomodo entrare nella vasca con tutti quegli arnesi di metallo, ma è solo questione di abitudine. Accogli la noia ed il tedio come il Bene Assoluto dell’universo. Saluto al sole. Non ti stai rompendo le scatole, stai entrando in contatto con il tuo respiro (sole). Se vivi in un bilocale in otto, sarà per te l’occasione di comprendere profondamente il significato della profonda esigenza dello Spirito umano di Spazio Vitale (sole). Se vivi in un bilocale da solo, sarà per te l’occasione di comprendere quanto è importante la Connessione Astrale che unisce tute le persone da qualche parte in qualche tempo e per qualche motivo che mi sfugge (sole). E poi, hai già notato i cardellini che si accoppiano sulla grondaia (loro possono farlo salutando il sole). La Natura si riprende i suoi spazi. Il mondo sarà un luogo più bello e più vivibile. Dopo. Saluta il sole. Piove.”

  • Io ti spiezzo in due ma con grazia ed eleganza

“So cosa stai provando. Ti girano le palle. Sì, ti girano le palle. Non nascondere le tue emozioni, ma comunicale. Comunicale, con calma, ma comunicale. Hai capito? Comunicale. Comunica sempre le emozioni, come ti senti, cosa provi in ogni istante del giorno, sempre e ripetutamente, comunica tutto, comunica anche l’incomunicabile attraverso gesti e pantomime. Normale che detesti la tua compagna o il tuo compagno, ci stai tutto il giorno azzeccato. Se te lo potessi dire, ti direi di usare buone parole e buoni modi, ma che buone parole e buoni modi allungate con un paio di ceffoni rendono sicuramente la comunicazione più efficace, ma purtroppo non te lo posso dire e allora ti dico di essere assertivo. Sii assertivo. Hai capito? Sii assertivo. Perché non devi fare le cose perché te lo dicono gli altri, devi farle perché tu vuoi farle.”

Ammetto che spesso leggendo questi consigli degli psicologi su come affrontare al meglio la quarantena ho sempre tratto una leggera impressione di assoluta banalità, una pletora di luoghi comuni che manco mia nonna, qualcosa tipo I discovered hot water, ma questo certamente è dovuto ad un mio preciso senso di sfiducia verso la categoria per appartenere alla quale ho anche dovuto studiare parecchio (ogni commento è superfluo).

PERTANTO?

Siccome sappiamo che criticare l’operato degli altri è sempre più semplice che non proporre qualcosa di alternativo, ecco che nel mio piccolo vorrei dare un modesto contributo ad analizzare la situazione che si va creando da un punto di vista leggermente diverso. Sappiamo tutto di come la qualità delle nostre vite sia invariabilmente peggiorata in questi mesi e di come l’outlook che ci aspetta si prospetti persino più miserabile. Stiamo tutti imparando ad accettare l’idea che prima o poi finiremo in terapia a parlare della nostra infanzia per via di questa pandemia. Ma che dire di coloro i quali sono già da tempo ufficialmente svitati? Come se la passano quelle persone che in tutta onestà sono approdate alla quarantena come portatrici di una sana ed onesta diagnosi di disturbo mentale? Quelli che per dirla in altre parole non salgono sul carro dei vincitori delle malattie mentali all’ultimo miglio, quando ormai è chiaro come andranno a finire le cose, ma coloro i quali con spirito di abnegazione già da molto tempo affollano le sale d’aspetto dei cosiddetti specialisti (the specialists) permettendo a questi ultimi di compilare felicemente la loro denuncia dei redditi anno dopo anno? Il senso comune ci porterebbe giocoforza a immaginare che persone già fragili prima della pandemia non possano che viverne gli effetti sulla pelle con esacerbato dolore. Ma siamo sicuri che debba essere così? A questo proposito vorrei condividere con il lettore alcune esperienze dirette ed indirette delle quali sono venuto a conoscenza nel corso delle ultime settimane. Storie ai margini di una narrazione collettiva, ma pur sempre degne di essere ascoltate e condivise per il loro piccolo contenuto di verità, per quel piccolo pezzo di storia che portano con sé. Ma come sempre, è importante procedere con ordine. E l’ordine, in questo caso ce lo fornisce direttamente il tanto amato DSM (Diagnostic and Statistic Manual, APA), la Bibbia degli psichiatri americani (quindi anche di quelli nostrani) che ci spiega quali problemi abbiamo, ma nulla dice dei tanti problemi di cui soffre chi lo ha scritto. E non a caso. Quindi vediamo quali possano essere gli effetti della pandemia di Coronavirus su una serie di cosiddetti “disturbi mentali”.

  • DISTURBO DEPRESSIVO.

Uno degli aspetti più deprimenti nella vita del depresso di cui non si fa spesso menzione è rappresentato dall’insano quanto fallimentare tentativo della società civile di convincerlo che la vita, il mondo, l’universo intero non sia una totalità oscura e minacciosa; che l’avvenire possa presentare sì delle difficoltà, ma che in fin dei conti è opportuno guardare al futuro con speranza e fiducia. La speranza che questo esercizio, fatto in buona fede e con l’ovvia speranza che in qualche modo le solite parole ripetute per l’ennesima volta possano sortire miracolosamente un effetto nuovo, parossistico e sconvolgente, purtroppo è generalmente destinata a rimanere frustrata: difficilmente abbiamo assistito a persone che, definite depresse, di fronte all’ennesimo “dai, vedrai che domani sarà un giorno migliore, vedrai” si siano risolte ad urlare, gli occhi rivolti al cielo finalmente carchi di lacrime sì, ma di gioia, “Grazie alle tue parole, ora sì finalmente vedo che domani sarà un giorno migliore, vedrai.”

Inspiegabilmente, è più probabile che vedremo il nostro caro depresso incupirsi ancora di più, gli occhi spenti, le labbra ricurve verso il basso, mentre ci saluta per liberarsi dell’ennesimo rompiscatole “ottimista”, quindi incapace di vedere la realtà per quello che essa realmente è. Infatti spesso il depresso è convinto di vedere meglio degli altri la “vera” natura delle cose del mondo. Mentre da un lato denigra sé stesso esacerbando le proprie presunte mancanze e ridicolizzando le sue rimanenti risorse, spesso egli si avverte “superiore” nel suo percepirsi “inferiore”, quasi una sorta di involontario eroe tragicomico. Tragico, perché si sente consapevole a differenza degli altri di essere consegnato ad un destino senza speranza contro il quale combatte da vinto giorno dopo giorno; comico, perché in realtà unico e solo artefice (in)consapevole del proprio dramma esistenziale. Con l’arrivo della pandemia improvvisamente le cose cambiano. Il mondo si sente ammalato, interamente o quasi. Attorno al nostro caro depresso le cose cambiano. Per così dire, ogni giorno sempre più persone smettono di criticare silenziosamente la visione del mondo di quel “gran rompiscatole, ok sì che è malato però rimane un gran rompiscatole menagramo” ed iniziano ad abbracciare il depression-mode. E pertanto il nostro profeta di sventure può iniziare a sentirsi meno solo, finalmente compreso dal mondo intero che scivola esattamente nell’abisso da lui pronosticato e bandito inutilmente a tutti i suoi conoscenti. Forse il mondo potrà aprirsi ai suoi piedi come una crisalide in adorante adulazione del suo genio incompreso, del suo essere visionario e maledetto in un tripudio di bandiere e di baccanali tenuti in suo onore. Forse tutta quella sofferenza è servita a qualcosa, finalmente!

O forse no.

Oppure no. Forse no. Egli potrebbe esserne disturbato: come un predicatore che ha predicato al deserto per anni, ora vede di mal occhio quel florilegio di teorie complottiste  per le quali è stato denigrato per tanto tempo. Ora che il mondo riflette la sua immagine cupa, sordida, selvaggia e catastrofica, il depresso si sente meno solo d’accordo, meno incompreso, ma proprio per questo motivo egli avverte il pericolo di perdere la sua specifica unicità di predicatore solitario, quasi un Cristo destinato forse a salvare l’umanità attraverso i suoi ammonimenti (che devono rimanere inascoltati, ovvio: nemo profeta in patria). Quindi il depresso sempre meno depresso e sempre più disturbato dal comportamento irrazionale dei suoi simili non sa davvero più che pensare. La sua logica di funzionamento prevede un mondo in cui egli vede per gli altri e non per sé la possibilità di un godimento terreno a lui inaccessibile. Ora che questa logica vacilla, ora che detto godimento viene a tutti negato, egli è costretto a stabilire nuovi rapporti con la realtà, nuove chiavi di lettura per riuscire a rendersi la vita più impossibile che agli altri. Una missione non facile e non priva di rischi: come quello di trovarsi, con sua grande sorpresa e stupore, a pronunciare parole come “dai, domani sarà un giorno migliore, vedrai” chinato sopra le spalle abbattute di un suo simile. Similia similibus curantur.  

  • DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO
Mentre la fenomenologia del Disturbo Ossessivo-Compulsivo (detto anche affettuosamente DOC) è assai disparata, forse il comportamento più tipicamente iconico entrato nell’immaginario collettivo è rappresentato dal lavarsi ripetutamente le mani. Viene già da ridere al solo pensiero di riuscire, stando seri, a spiegare loro che il DOC è un disturbo mentale che li porta ad avere “irrazionali paure di contaminazione” in un periodo come questo in cui tutti sono affetti da “razionali paure di contaminazione”. Va da sé che ai tempi del Coronavirus il caro DOC è il vicino perfetto, l’ideale collega in ufficio, scrupoloso, attento, sempre mascherinato, che esce poche volte giusto il necessario per fare la spesa un paio di volte al mese, costantemente pronto a lavarsi le mani con soluzioni idroalcooliche, che schiva le persone e si tiene a debita distanza da tutti, un vero cittadino modello e d’ispirazione ai tempi della pandemia. Saprà istruire (via videochiamata, ca va sans dire) amici e conoscenti su tutte le più corrette procedure di disinfezione (mi correggo, ora si dice: sanificazione) delle superfici dure così come di quelle non più così dure, su come si tolgono e si mettono le mascherine e i guanti. E lo farà con la luce negli occhi di chi finalmente si sente a casa, in un mondo che finalmente ha smesso di comportarsi in maniera irrazionale ed irresponsabile facendo finta di non sapere che tutte le superfici siano esse esterne od interne al nostro corpo sono ricoperte da batteri e virus potenzialmente pericolosi che non aspettano altro che farci la festa, oltre che permetterci di assimilare il cibo.

  • AGORAFOBIA
Dai, siamo seri, ne vogliamo davvero parlare? Vogliamo davvero istituire il podio dei più felici abitanti del Regno di Pandemia? Eccoci qui, allora. Hai paura ad uscire di casa, hai il terrore di uscire di casa. Ricordi con tenerezza e un filo di nostalgia di quando tutti ti dicevano che sei bizzarro, malato o chissà che altro cercando di convincerti che non c’è nessun nemico invisibile là fuori pronto ad ammazzarti. Ora c’è! Finalmente è arrivato! Lo hai atteso per tutti questi anni spesi ad ingurgitare medicine senza effetto ed ora è finalmente qui, con noi. Tutti finalmente riconoscono, tutti sanno che esiste là fuori un nemico invisibile pronto ad ammazzarti. Il Governo ti dice di stare a casa, i social ti dicono di stare a casaAttorno a te quei poveretti che ti denigravano o che dicevano fingendo di capirti per poi voltare gli occhi al cielo, sono pronti a stracciarsi le vesti pur di andare da qualche parte, non importa dove… Da qualche altra parte. Mentre tu resti felice, immobile, posato e totalmente rilassato sul tuo divano di casa con il gatto sulle gambe che ti fa le fusa, tipo dottor No. Un pasha nel suo harem. E pure, perché anche nei sogni più belli c’è sempre un particolare fuori posto, noti che c’è qualcosa che non va. Perché stranamente, ma che idea assurda, ora che nessuno ti chiede di comportarti in un certo modo, ora che nessuno vorrebbe imbavagliarti e legarti ad una sedia e trasportarti allo stadio durante il derby urlando che sei tifoso della squadra avversaria per vedere l’effetto che fa, ecco proprio ora, senti come un prurito alle gambe. Come se le gambe volessero finalmente muoversi, libere. E tu sai che non è così, ma non puoi fare a meno di notare che più ti vogliono in casa, più tu inizi ad immaginare di uscire da quella maledetta porta e sentire l’odore della pioggia, che dicono sia così fresca e limpida in questo particolare periodo. Anche in città senti chiaramente gli uccelli tra le fronde degli alberi. A volte il loro cinguettio ti sembra quasi un richiamo, come se volessero dirti qualcosa. Ma per fortuna, tu sai che non è così. Tu sai che bastano poche di quelle inutili goccette e tutto torna alla tua consueta rassicurante normalità. Un profondo sospiro di sollievo. Non è cambiato nulla. Meno male che hanno inventato quelle utilissime goccette.

  • FOBIA SOCIALE
Come si può facilmente intuire, chi è affetto da Fobia Sociale tende a mettere in atto azioni di evitamento nei confronti delle altre persone; evita i luoghi affollati, tipicamente tende ad avere un numero ristretto di interazioni con poche persone significative vis-a-vis, quando è costretto da forze aliene e misteriose ad uscire di casa cerca di rendersi il più possibile invisibile agli occhi degli altri. A volte si barda il viso oppure si veste con i colori tipici delle moderne attrezzature di decoro urbano presenti in ogni agglomerato umano: panchine, portacenere, portabiciclette, contenitori portarifiuti, etc. Giustamente convinto che tutti lo osservino e lo giudichino “strano“, egli è intrappolato in un paradosso per il quale più cerca di mimetizzarsi con lo sfondo, più il suo comportamento vistosamente bizzarro balza agli occhi dei presenti. Ma un aspetto meno ovvio del problema, meno raccontato e rappresentato perché forse banalizzato nella sua presunta secondarietà è il rapporto con il “giorno di festa”, l’atroce inesorabile sequenza di giorni che dal lunedì, giorno amabilissimo, conduce al giovedì, fino al venerdì, per approdare al giorno più infame di tutti: il sabato a sera. Il sabato sera rappresenta infatti il momento più temuto ed odiato dal fobicosociale, il momento in cui trovandosi da solo in casa ed immaginando che la totalità del genere umano, sette miliardi di persone bambini e ultranovantenni inclusi, ballino e facciano festa in una gigantesca discoteca sudamericana, si sente veramente solo. Siccome il senso comune offre sempre delle valide e ben collaudate soluzioni ad ogni umano problema, il buon viandante, il samaritano che si ferma sulla via per donarti il suo mantello cercherà in ogni modo e con condivisibilissime e ragionevolissime argomentazioni di spiegargli che nella realtà anche a lui come a tutti è capitato di passare il sabato sera a casa: prima di salutarlo per raggiungere i suoi amici in pizzeria, il buon samaritano armato delle migliori intenzioni sarà riuscito a distruggere adeguatamente ogni restante velleità di qualsiasi pallida speranza eventualmente rimasta nel nostro caro fobicosociale… Ora, nel Regno di Pandemia dove come in una parabola di bibliche proporzioni gli ultimi saranno i primi, ecco che la trasformazione del vino in acqua permette al nostro caro fobicosociale di godersi in santa pace questi sabati in casa, immaginando immense discoteche vuote, aperitivi deserti, ristoranti desolati, pizzerie chiuse, etc. Avverte persino un senso di piacevole sicurezza nascosto dietro la sua mascherina, sicuro di essere bizzarro e strampalato in mezzo ad altri bizzarri e strampalati. 

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Eccoci giunti alla fine di questo nostro breve viaggio. Chi scrive spera che il lettore abbia trovato modo di sorridere e forse anche di riconoscersi a volte, come capita quando ci guardiamo nei frammenti di uno specchio in frantumi. Spesso capita di vedere in giro l’espressione andrà tutto bene, e credo che il generale intendimento di questa espressione sia quello che tutto tornerà come prima. Non illudiamoci, non tornerà tutto come prima e a ben vedere, neanche dovremmo sperare che accada. E di converso sì, ne sono sicuro. Andrà tutto bene. Ed andrà tutto bene nella misura in cui per ciascuno di noi, nel proprio insignificante pezzetto di universo sul quale possiede una certa influenza, non tornerà tutto come prima.

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