Il Dialogo interno (Parte II)

Dialogo interno: Come utilizzarlo al meglio

Il Dialogo interno (Parte II)

Il Dialogo interno. Vedremo una tecnica per trasformare il linguaggio interiore in un potente alleato in grado di esserci d’aiuto nelle nostre scelte come nella nostra vita di tutti i giorni senza bisogno di spendere un patrimonio in sedute di psicoterapia. 

Nella prima parte di questo articolo, abbiamo visto alcune semplici tecniche per modificare le qualità acustiche del nostro dialogo interno: posizione nello spazio, tono di voce, volume, eccetera. 

Se queste semplici metodiche possono essere di grande aiuto in quanto vanno ad impattare sulla nostra esperienza, la potenza delle tecniche dialettiche e retoriche rappresenta qualcosa di completamente diverso.

In effetti, seguendo alcune semplici indicazioni andremo a trasformare quella vocina in un alleato interno al quale chiedere informazioni, consigli. Un vero e proprio consulente. Per di più gratuito.

Il dialogo interno: Perché?

Tutti noi conosciamo quella vocina che ci guida e ci dice cosa fare e cosa non fare. E se avessi detto questo, se avessi fatto quello… Il sigillo sopra ai nostri sensi di colpa e le nostre frustrazioni. 
A volte ce la portiamo appresso per anni e anni e la utilizziamo male, malissimo, per produrre vissuti emotivi laceranti e tossici. Per limitare le nostre capacità in modi efficacissimi. Ma da dove deriva questo dialogo interno? Perché ne siamo così condizionati? 

Perché tendiamo a dargli ragione e a non metterlo mai (o raramente) in discussione. Tendiamo ad accettarlo e a considerarlo come la parte più profonda di noi, la parte più “autentica”. Perché spesso dà voce alle nostre paure, ai nostri dubbi. 

E finiamo pertanto per portarci appresso una sorta di “folletto del malaugurio” che ci informerà che tutti i nostri sforzi non saranno utili, che se qualcosa può andare storto sicuramente andrà storto, che non riusciremo mai a superare quella prova e via discorrendo.

In effetti tutti gli esseri umani tendono spontaneamente a dare più valore ed attendibilità alla cattiva notizia (se così non fosse come spiegare l’esistenza dei quotidiani e dei telegiornali?).

Quindi cosa possiamo fare concretamente per mettere a tacere il nostro dialogo interno, soprattutto quando ci depotenzia e ci paralizza?
In primis, evitare di cercare invano di metterlo a tacere

Semplicemente, non funziona, anzi al contrario: lo scatena, lo infervora. 

Al contrario, ascoltiamolo. Lasciamolo parlare. Cerchiamo di valutare la bontà euristica di quello che ci vuole dire. 

Proviamo chiudendo gli occhi e magari aiutandoci con un respiro profondo. Accogliamo il nostro dialogo interno con una rinnovata benevolenza e incalziamolo con una serie di domande specifiche.

Chi lo ha detto / Come fai a saperlo?

“Come faccio a sapere che non passerò quella prova? Su cosa baso i miei pregiudizi in merito? 

Chi ha detto che non posso riuscirci?” Questa domanda ci permette di mettere in dubbio il nostro dialogo interno, orientandolo verso una visione più realistica

Deve essere sempre così? 

“Devo sempre essere rifiutato da tutte le persone? Oppure solo da alcune?” 

Questo ci permette di mettere in discussione la generalizzazione, fenomeno tipico del dialogo interno.

E se ti sbagliassi? Cosa succederebbe? 

“Cosa succederebbe se avessi torto e riuscissi a ottenere quel posto di lavoro?” In questo caso andiamo a lavorare sulle conseguenze temute, rendendole maggiormente realistiche.

A cosa serve esattamente? 

“A cosa serve esattamente ricordarsi che sono le tre del mattino e non ho ancora chiuso occhio? Credi che serva a dormire meglio?” 

L’utilità è un buon punto di partenza, perché ci obbliga a focalizzarci circa il nostro obiettivo e pertanto ci porta a pensare alla soluzione piuttosto che al problema.

Come posso fare / Cosa posso fare? 

“Invece di torturarmi su quello che ho sbagliato, cosa posso imparare da questa esperienza e come posso migliorare grazie ad essa per ottenere un risultato diverso la prossima volta?” 

Anche questa domanda, come la precedente, ri-orienta il focus della nostra attenzione circa la soluzione.

Perché ti focalizzi sul perché? A cosa mi serve? 

“Perché mi chiedo perché io sia così stupido? Saperlo mi renderà più intelligente, oppure mi farà sentire ancora più un pezzo di idiota?

E quindi? 

“Ok, ha fatto una figura barbina. E quindi?”

Questa ultima domanda ha il bonus di poter essere ripetuta più e più volte, fino all’esasperazione del nostro dialogo interno, fino a giungere ad una più serena conclusione.

Una riflessione è d’obbligo. Il nostro dialogo interno non è “abituato” a sentirsi incalzato di domande. Non siamo abituati a considerare il dialogo interno per quel che è in realtà: un potente alleato che ci mantiene in guardia, in allerta.

E come possiamo aiutarci ad aiutarci se non trasformando questo incessante dialogo interno in un valido aiutante il quale possa indicarci soluzioni, oltre che problemi? Questo è il potere di un approccio finalmente ermeneutico al nostro dialogo interno.

Non resta che provare, che metterci alla prova e verificare con mano quanto questo possa esserci d’aiuto nel ricongiungerci finalmente alle vere motivazioni, alle intenzioni positive nascoste dentro al nostro incessante logorio interno. 

Questa ricerca delle intenzioni positive celate da un dialogo interno depotenziante rappresenterà il focus del prossimo articolo in merito al dialogo interno. In questo successivo articolo scopriremo infatti una potente tecnica derivata dal lavoro di Connirae e Tamara Andreas, autori di rilievo all’interno del panorama della Programmazione Neuro-Linguistica.

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