Istruzioni per rendersi infelici

Istruzioni per rendersi infelici

“Da un essere umano, cosa ci si può attendere? Lo si colmi di tutti i beni di questo mondo, lo si sprofondi fino alla radice dei capelli nella felicità, e anche oltre, fin sopra la testa, tanto che alla superficie della felicità salgano solo bollicine, come sul pelo dell’acqua; gli si dia da vivere, al punto che non gli rimanga altro da fare che dormire, divorare dolci e pensare alla sopravvivenza dell’umanità; ebbene, in questo stesso istante, proprio lo stesso essere umano vi giocherà un brutto tiro, per pura ingratitudine, solo per insultare. Egli metterà in gioco persino i dolci e si augurerà la più nociva assurdità, la più dispendiosa sciocchezza, soltanto per aggiungere a questa positiva razionalità un proprio funesto e fantastico elemento. Egli vorrà conservare le sue stravaganti idee, la sua banale stupidità…”

F. Dostoevskji, Memorie dal sottosuolo

 

Una delle definizioni di felicità più complete ed esaustive mi fu data qualche anno or sono da un ragazzo il quale in breve mi disse come per lui la felicità consistesse nel rimanere immobile in letto tutto il giorno, possibilmente davanti ad un televisore. Il cibo doveva essergli servito direttamente nel cavo orale, di modo che lui potesse rimanere immobile a guardare la televisione. Gli sorrisi e distolsi lo sguardo a notare le lunghe pareti bianche della corsia. Sentivo lo sferragliare del carrellone dei pasti in arrivo nel corridoio e mi allontanai dal letto per dare un’occhiata: l’infermiera si avvicinava con il suo sostanzioso carico di cibi. Ritornando dove giaceva il ragazzo, diedi una veloce occhiata al televisore perennemente acceso sul muro. “Tu non sai quanto sei vicino alla tua felicità!”, dissi al ragazzo, andandomene a respirare un po’ di aria fresca fuori dal reparto di psichiatria.. 

Chi bollasse dette parole come le esternazioni di un povero malato rischierebbe di non percepire la chiarezza della sua “ricetta per la felicità“. Quante volte abbiamo sentito le persone dichiarare che per essere felici “basterebbe così poco”, senza mai essere in grado di specificare in cosa diavolo consista quel poco? Non aiuta, da questo punto di vista, la vastissima scelta di libri e libelli che confezionano ricette per la felicità al ribasso il cui messaggio un po’ grossolanamente potrebbe essere racchiuso nella generica formula “Fermati ad annusare i fiori e quando lo fai rifletti su quanto sei fortunato ad avere ancora un naso per farlo”. E certamente chi si sente in grado di trasformare la teoria in prassi potrà sostenere quanto questo atteggiamento funzioni. Per chi invece come noi nutre il dubbio che non possa esistere una soluzione così semplice alla dilagante insofferenza verso la vita e voglia provare a tutti i costi a sé stesso e agli altri che a tutti gli effetti la felicità non è raggiungibile (e per questo bisogna dannarsi nella sua miserabile quanto inutile ricerca), questo piccolo capolavoro di tagliente ironia non è una lettura consigliata. Perché sfogliando una ad una le sue pagine, questo libello mette in luce e ridicolizza tutti i nostri sforzi per rendere la nostra vita un miserabile gioco al massacro di noi stessi e degli altri che, per loro sventura, ci stanno attorno. Ed è un viaggio entusiasmante da compiere, perché ci costringe a guardarci allo specchio e a provare per noi stessi un po’ di sana tenerezza, lo stesso sguardo con cui si potrebbero ammirare certi giochi dei bambini, quando al riparo nella loro cameretta stanno, nella loro immaginazione, salvando la terra da misteriose minacce aliene… Come non citare le parole dello psicologo Alan Watts a questo punto, il quale ci ricorda come la vita sia essa stessa un gioco la cui prima regola è: questo non è un gioco, questa è una cosa dannatamente seria? Il libro è scritto in un linguaggio semplice, chiaro. Watzlawick sa trattare argomenti di crescente complessità come fosse il gioco di un bimbo e non potrebbe essere altrimenti per un uomo che ha masticato i dolori e le sofferenze delle persone e praticato terapia per oltre quarant’anni. Non ci si faccia ingannare dall’apparente superficialità del suo testo: come l’esperto artigiano sa praticare la sua arte compiendo pochi, semplici gesti, allo stesso modo l’autore distilla in cento pagine la saggezza di una vita di lavoro ad aiutare gli altri. Perché come diceva Einstein, se non lo sai spiegare in maniera semplice, allora non lo hai capito abbastanza

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