Psicoterapia: Cosa funziona davvero quando davvero funziona

Psicoterapia: Cosa funziona davvero quando davvero funziona

“Nessuno è come il mio rabbi. Lui non solo parla direttamente con Dio, ma pensa, Dio parla direttamente con lui!” 

“Non ci credo. Ci sono dei testimoni? Se il tuo rabbi dice così, allora mente”. 

“Davvero? Beh, qui c’è la prova che dice il vero: potrebbe Dio parlare direttamente con un bugiardo?”

P. Watzalawick 


 

Diversi anni fa, sul quotidiano La Nazione è comparsa una storia piuttosto singolare. Una donna affetta da psicosi pronta per essere trasferita dall’ospedale di Grosseto ad una clinica psichiatrica di Napoli, viene accompagnata verso l’ambulanza che l’attende. Alla vista dell’ambulanza la donna, in precedenza tranquilla, inizia a decompensarsi rapidamente. Dapprima si agita ed oppone resistenza. Poi l’attacco psicotico la porta al punto di sostenere di essere addirittura un’altra persona, mentre scalcia e impreca al punto da dover essere sedata e contenuta fisicamente dagli infermieri. Solo un’ora dopo nei pressi di Roma, l’ambulanza viene fermata da una macchina della Polizia e la signora, in realtà parente di una ricoverata, viene ricondotta con molte scuse a Grosseto.

“La psicoterapia è ciò che dici che è”, sostiene Watzlawick con il suo consueto spirito tagliente. Dev’esserci del vero, se nel 1990 Zeig & Munion riescono a mettere insieme almeno 80 diverse definizioni di psicoterapia ad opera di altrettanti terapisti dell’epoca e si domandano se veramente esista un qualcosa che possiamo chiamare psicoterapia.. Le cose non migliorano se dalla “semplice” definizione passiamo alla ricerca di un comune orizzonte teorico su come esse dovrebbero promuovere un cambiamento nelle persone. E certamente, qualche collega riuscirà ad intravedere in tutto questo un qualcosa di positivo ed utile. Le persone non sono tutte uguali, ognuno rappresenta un universo a sé, bla, bla, bla, tutti d’accordo su questo. Ma se qualcuno si trovasse su un tavolo operatorio per una semplice operazione all’appendice e si trovasse circondato da 200 medici ed ognuno di loro sostenesse che  il proprio metodo di operare è il migliore, ebbene quella persona li lascerebbe ben volentieri alle loro dotte disquisizioni e se la darebbe a gambe levate. 

E allora forse sarebbe più semplice parlare di efficacia delle terapie. Il condizionale è d’obbligo: perché non esiste accordo neppure sullo stesso concetto di efficacia della terapia, quindi risulta difficile condurre degli studi che possano dirci sì, questo approccio funziona meglio di quell’altro con questa particolare diagnosi. Diversamente da quanto accade per esempio in medicina, campo nel quale esistono precisi criteri per stabilire se un intervento funziona meglio di un altro, tutti criteri elaborati da un assunto comune che potrebbe recitare così: qualsiasi terapia che non ammazza il paziente è sempre da ritenersi più efficace di qualsiasi terapia che al contrario risulti nella cessazione delle sue funzioni vitali. E tuttavia, ritornando alla nostra cara psicoterapia… Cosa considerare come successo terapeutico? La semplice cessazione dei sintomi? Oppure un certo cambiamento a livello della personalità? Relazioni interpersonali più soddisfacenti, una migliorata capacità di lavorare ed in generale di vivere, crescita personale, tutto questo insieme o nulla di tutto questo? Ancora una volta, riecheggiano nella mente le parole di Watzlawick, che ci ammonisce che la terapia è, effettivamente, quello che diciamo che è.

 

Sento il bisogno di ricapitolare la situazione, emergere un istante dal flusso di pensiero ed ordinare le idee per capirci meglio qualcosa, se possibile. Sono state censite nel mondo circa 400 scuole di psicoterapia ufficiali, il ché potrebbe già bastare per mettere in crisi anche la pazienza del paziente più benintenzionato. Di queste 400 scuole non esistono dati chiari ed inequivocabili che possano suggerire alla persona per il problema X è meglio rivolgersi alla terapia Y,  come se uno avesse un dolore allo stomaco e gli dicessero, un podologo potrebbe fare al caso tuo esattamente come un neurologo o un andrologo o un ginecologo, basta che ti fai vedere da uno bravo. E allora ne prende uno a caso, sembra che funzioni, ma poi il dubbio lo assale: funzionerà davvero? Non sarà un’illusione? Cosa vuol dire che la terapia funziona? vuol dire che è efficace? E secondo quali criteri di efficacia? Non sarà solo una riduzione dei sintomi? E se la mia personalità ne rimanesse invariata? Vengono alla mente le parole di Richard Bandler, il quale con la sua consueta ironia sosteneva che la psicologia è l’unico sapere nel quale i suoi adepti litigano sul modo migliore di non curare le persone. 

Ma per fortuna anche nelle più grandi tragedie dell’umanità, anche quando il moscerino del nostro ingegno pare non riuscire a trovare la via d’uscita dalla bottiglia (parafrasando Wittgenstein), qualcosa di salvifico accade sempre. Perché in quel momento ci giunge voce che a dispetto dell’orientamento teorico, delle concezioni di sanità e di malattia, delle oscure tecniche e della particolare liturgia seguita da questa o da quella scuola, tutte le terapie funzionano in qualche misura. Che sia anche uno su mille che ce la fa, ma tutti ce la possono fare. Che passino 2, 3, 7, 15 anni, ma c’è speranza per tutti. Prima di stappare una bottiglia dalla gioia, soffermiamoci un momento a riflettere sul significato di questa osservazione. Se indipendentemente dagli orientamenti e dalle infinite tecniche e dalle più improbabili spiegazioni, narrazioni del perché qualcosa abbia funzionato e nell’assoluta ignoranza di cosa sia veramente quel “qualcosa che funziona” qualcosa effettivamente funziona, perché non ribaltare il tavolo e partire dalla fine. Qualcosa funziona. Bene: andiamo a vedere di che cosa si tratta. E così, alcuni hanno messo da parte le diatribe sugli orientamenti e sulle teorie per concentrarsi su quali siano gli ingredienti di una terapia che funziona.

 

In un interessante articolo di Joseph Barber, l’autore riassume qelli che a suo avviso sono in componenti sine qua non una terapia possa funzionare. Rapport, Reframing, Positive Expectations. Vediamoli insieme

Con il termine rapport, così facilmente traducibile in italiano e per questo motivo facilmente prestabile a fraintendimenti di ogni sorta, si intende non tanto e non solo una modalità di ascolto, quanto un modo di “essere presente”, di relazionarsi con un’altra persona.  Esempi di persone con le quali proviamo “rapport” sono quelle persone con cui stiamo bene insieme, ci troviamo a nostro agio, condividiamo esperienze e ascoltiamo le loro impressioni perché siamo genuinamente curiosi ed interessati dei loro punti di vista. Quindi il terapeuta che funziona bene e quindi è efficace nell’aiutare l’altro è quella persona che  sa farsi ascoltare oltre che ascoltare, qualcuno a cui istintivamente sentiamo di poter dare fiducia, con cui avvertiamo un senso di vicinanza, di comunanza. Quindi se il tuo terapeuta ti comunica coi modi e con le parole una certa distanza che percepisci come eccessiva, non sa catturare la tua attenzione quando ti parla e in generale sarebbe l’ultima persona a cui affideresti il tuo gatto per una settimana, ebbene è probabile che tutto questo infici negativamente il buon esito di una terapia e magari potresti valutare l’ipotesi di cercare un altro terapeuta.

 

Reframing o ristrutturazione indica una procedura retorica che consiste nel cambiare il significato di un evento o di un “pezzo” di realtà. Banalizziamo? La classica storia del bicchiere mezzo pieno oppure mezzo vuoto, insomma. Rendiamola un po’ più complessa? L’onnipresenza di telecamere e le continue riduzioni delle libertà personali diventano politiche per la sicurezza dei cittadini, quindi qualcosa di desiderabile ed auspicato dalle masse di controllati. Già Epitteto, filosofo greco vissuto tra il I e il II secolo d.C. poteva sostenere: “La gente non è disturbata dalle cose in sé, ma dall’opinione che ha su di esse”. Va da sé, che delle due l’una: o cambiamo le cose, oppure cambiamo le opinioni. E ci sono volte in cui le cose si possono cambiare, altre volte in cui è più economico e più semplice cambiare le nostre opinioni. E perché a volte il modo migliore per cambiare le cose consiste proprio nel cambiare le nostre opinioni e notare come questo cambiamento modifica la “cosa” in questione. Un esempio preso dal vero? Uno studente universitario ottiene risultati accademici molto scarsi e si sente in colpa perché i suoi genitori lo stanno aiutando nei suoi studi e lui, oltre a non riuscire a produrre i risultati attesi, trova lo studio un’attività penosa ed insopportabile. Sente che al contrario dovrebbe essere felice di studiare, ma inevitabilmente altre attività ludiche legate all’ambiente universitario e non, lo distraggono dal suo compito. Ora, in questo caso abbiamo una credenza che può essere ristrutturata: che siccome i suoi gli pagano gli studi, lui deve essere felice di studiare. Ed ecco la bellezza della ristrutturazione quando al contrario, gli si dice che il fatto di studiare con fatica rappresenta una sorta di “pagamento” per i “sacrifici” che stanno sostenendo i suoi genitori per farlo studiare. Quindi da un certo punto di vista lo studente viene incoraggiato a studiare controvoglia e a gioire del fatto che lo studio gli pesa.Questa prescrizione, paradossale finché gli vogliamo, permette allo studente di liberarsi dai sensi di colpa. Gli permette di continuare a studiare, a volte con piacere e a volte perché è sua responsabilità farlo, nella consapevolezza che nessuno gli impone di farsi piacere gli studi. E questo cambiamento permette al ragazzo di modificare la sua realtà esterna in quanto le votazioni agli esami incominciano a migliorare e ad allinearsi con le sue aspettative e questo gli consente di sorprendersi, suo malgrado sempre più spesso soddisfatto e contento di studiare.

 

Il terzo ingrediente è quello dell’aspettativa positiva. Se non ci aspettiamo di poter riuscire a fare qualcosa, è molto probabile che non riusciremo a raggiungere i nostri obiettivi. Se non riusciamo a trovare una persona attorno a noi che ci dia un credito di fiducia a cui attingere, quella persona può e deve essere il nostro terapeuta. Quando eravamo piccoli ci siamo sempre avvalsi di persone che ci dicessero coraggio, ce la puoi fare. A volte i genitori, a volte un parente meno prossimo, a volte un amico ed anche degli sconosciuti. Quello che chiameremmo incoraggiamento. Ma l’incoraggiamento senza il rapport è niente: ci servono le parole e i fatti di qualcuno di cui ci fidiamo e a cui diamo credito. E proprio quelle parole ci hanno permesso di crescere come adulti fiduciosi in noi stessi. E quando quella fiducia ci manca anche solo temporaneamente, ancora una volta possiamo rivolgerci agli altri. Il grande psichiatra americano Milton Erickson diceva, un terapeuta deve essere assolutamente sicuro in quello che dice e fa. Deve essere in grado di fare il tifo per il proprio cliente. Deve avere chiara la visione della persona che la persona vuole diventare e trasmettergli un senso di assoluta fiducia nelle possibilità di questa persona. Se il nostro terapeuta non è in grado di trasmetterci questa fiducia, ancora una volta abbiamo la possibilità di chiederci se non è il caso di cercarcene un altro. 

Una riflessione. Nella mia personale esperienza di formazione ho studiato ed approfondito decine di autori e studiosi della psiche umana. Ho letto che tutti i problemi che affliggono l’animo umano provengano da un lontano passato. Che “esiste” una cosa chiamata “personalità” che in qualche modo ci costringe a comportarci più o meno in modi simili, ma che in contesti diversi possiamo comportarci come persone diverse. Che ogni volta che una persona sente di non poter superare un problema, allora ha bisogno di un terapeuta, un esperto di cose umane, e ci sono terapeuti che apparentemente hanno poco di umano e se guardi i loro figli c’è da mettersi le mani nei capelli. Poi un giorno ho compreso che il “terapeuta esperto di cose umane” ci serve quando non c’è nessun altro intorno a noi che ci sappia dare quello di cui necessitiamo. E a volte è una parola, a volte è l’ascolto, a volte un silenzio. Perciò quando incontro una persona che mi dimostra di saperlo fare, di saperci essere, me la tengo stretta e mi chiedo se anche io possa essere quella persona per lui. Perché a ben vedere, al di là delle specifiche competenze lavorative, e ci sono ingegneri, geometri, architetti, manovali, barbieri… Tutti siamo esperti di umanità, ma a volte, fingiamo di non saperlo.

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