Psicoterapia allungata. Quando è meglio darci un taglio

psicoterapia breve o lunga

Psicoterapia allungata. Quando è meglio darci un taglio

La psicoterapia, ma quanto dura? Deve durare molto tempo per essere approfondita e risolutiva, oppure la durata non è poi così rilevante? Esistono psicoterapie brevi?

Avete presente il tassista disonesto, quello che quando siamo in una città poco conosciuta per portarci da un luogo A ad un luogo B distanti tra loro magari solo un paio di chilometri prende ogni “allungatoia” al solo fine di lucrare alle nostre spalle? Oggi fortunatamente, è possibile ovviare a questo rischio utilizzando applicazioni come maps per controllare che il nostro caro tassista non ci porti inutilmente a spasso per la città, ma stia scegliendo un percorso ragionevolmente breve. Purtroppo non esiste un’app analoga per tutti i generi di percorsi, soprattutto quando questi non ci portano fisicamente da un luogo ad un altro. Spesso sentiamo utilizzare questa metafora linguistica in altri ambiti. Il “percorso” di studi ne è un esempio. Così esistono “percorsi” di crescita personale, “percorsi” di varia natura. E ci sono “percorsi” che percorrendoli non ci portano veramente da nessuna parte. In questo breve scritto pertanto vorrei focalizzarmi su un tipo particolare di “psicopompo”, parola che letteralmente significa colui che manda le anime da qualche parte. Lo psicopompo di oggi è lo psicoterapeuta, il quale ci invita a intraprendere un “percorso di psicoterapia” che egli definisce di cura senza specificare peraltro bene che cosa intenda con “cura” e soprattutto di chi o di che cosa egli si stia prendendo cura.

Due passi indietro e mezzo avanti

Una delle principali resistenze a farsi due chiacchiere con uno psicoterapeuta spesso è dovuta al timore, non sempre infondato, che per ottenere qualche “risultato” apprezzabile sia necessario calarsi anima e corpo in un lungo percorso dall’esito incerto, ma dal costo certamente salato. È immediato rendersi conto a questo punto che esiste un vero e proprio conflitto di interessi interamente a carico dello psicoterapeuta, il quale lucra in funzione del numero di sedute che riesce ad estorcerci. Esattamente come un meccanico ha l’interesse a convincerci cambiare più pezzi possibili nella nostra auto, allo stesso il terapeuta ha interesse a convincerci che ci siano molti “pezzi” guasti o danneggiati da riparare, di modo che egli possa tranquillamente pagare a fine mese il leasing della sua macchina nuova.

Supposizioni

È indubbio che qualcosa deve accadere affinché noi si vada contro i nostri interessi e si accetti di sottoporsi ad esosi trattamenti che possono durare mesi ed anni inducendo cambiamenti a volte solo marginali se non addirittura vistosi peggioramenti. Se a cadenza settimanale ci troviamo con l’auto che non parte, ad un certo punto arriviamo alla logica conclusione che o dobbiamo cambiare auto, oppure dobbiamo cambiare meccanico. Alla medesima conclusione giungeremmo per qualsiasi professionista cui dovessimo rivolgerci per le più disparate ragioni. È ovvio considerare a questo punto che esistono professionisti più abili di altri a nascondere la loro incompetenza o la loro incapacità ad assistere il paziente nella ricerca di soluzioni che lo portino a stare meglio. Ora, mi risulta che pochi scritti abbiano analizzato le modalità usate dagli psicoterapeuti per “blindare” i loro “pazienti” e convincerli a continuare a pagarli per non ottenere alcun tipo di risultato. Lo scopo di questo testo è proprio quello di vederne brevemente alcune, senza ovviamente scendere in pedanti dettagli.

Aspetto e contesto

Lo psicoterapeuta che ci vuole tenere degli anni in terapia generalmente presenta un aspetto triste, compassato come di chi ha un morto fresco in casa. Emana tristezza dai vestiti, dai modi fare compassati. Sembra uno che posto di fronte al terribile compito di scegliere quali scarpe indossare prima di uscire di casa, si ritiri avvinto dagli eventi. Il luogo in cui ci accoglie è spesso dominato da colori scuri, toni di blu o grigio, pieno di oggetti e libri con la copertina rigida oppure spoglio, scarno. A volte cercherà relativamente di farci sentire a nostro agio, altre volte ci provocherà disagio intenzionalmente. Si adopererà per creare una distanza interpersonale abissale attraverso la prossemica e l’utilizzo di una insulsa immobilità. Se è il primo colloquio e pertanto siamo ancora relativamente sani di mente, sentiamo il desiderio di scappare a gambe levate. Ma noi sappiamo che per stare bene bisogna prima stare male (una delle presupposizioni che vedremo in seguito), quindi stringiamo i denti ed andiamo avanti.

Linguaggio

Lo psicoterapeuta parla lentamente, come se ogni parola gli fosse estratta con delle pinze arroventate. Il tono è compassato, pompatamente serio oltre l’utile, segnala in ogni modo che questo è il tempo della sofferenza, per le mele c’è da aspettare. Quanto? Chissà. Utilizza un linguaggio grave, espressioni di difficile comprensione, oscure, parla di miti greci come se si trattasse di sua suocera. Tende a dare nomi a cose ed esperienze che le travisano completamente.  Sta già imponendoci un suo linguaggio fatto di espressioni metaforiche di cui se non ne comprendiamo il senso è colpa nostra perché non capiamo il suo linguaggio: che poi è il linguaggio della Terapia di cui verremo illuminati solo in seguito. Evita accuratamente qualsiasi espressione umoristica, qualsiasi espressione che possa stemperare il clima che si va creando. Ogni tentativo da parte nostra di metterci a nostro agio per esempio con una battuta di spirito riceverà un’immediata reazione di velato disprezzo. Ci sentiamo giudicati a dismisura e possiamo leggere sul suo viso, per lo più immobile, la misura di quanto non apprezzi quello che stiamo dicendo. Ripete innumerevoli volte la parola “trauma” ed abusa persino del temine “abuso”. Ci invita a “restare con le nostre emozioni” e non mancano mai quintali di fazzoletti per asciugare le lacrime che in maniera velata ci inviterà a versare. Quando piangiamo è contento, perché la ritiene una prova della propria capacità di “ricongiungerci alle nostre emozioni”. Chapeau.

Concentrarsi sul problema, non sulla soluzione

Sappiamo che uno dei problemi che affliggono le persone che affollano le nostre sale d’attesa (per i colleghi che ne hanno una) consiste nella loro abilità di concentrarsi sul problema, non sulla soluzione. Ed infatti la “ricerca delle cause del problema” è proprio uno dei trend topic di questo genere di terapeuta, il quale al contrario vede nella ricerca di una soluzione al problema una fuga dalla terapia. E per evitare questa fuga, tenderà in ogni modo di farci stare peggio con frasi del tipo: “Quindi oggi le sembra che vada meglio, vero? Ma lo sappiamo entrambi che non è realmente così. Mi parli delle difficoltà con sua moglie…”

La radice del problema è nel passato

Purtroppo esistono radicati pregiudizi tanto diffusi quanto assolutamente inverificabili, i quali ci informano che ogni problema umano ha radici in un lontano passato: peccato che il passato per definizione sia appunto passato e pertanto immodificabile. Non si cerca di risolvere o modificare alcunché, ma di comprendere, di capire le radici (sempre affondate nel lontano passato, ovvio) delle problematiche del presente. La ricerca è volta sempre al perché le cose siano andate in un certo modo, mai del “come fare per” modificare una data situazione. Questo non ci deve scoraggiare. Possiamo spendere anni della nostra vita a rievocare, ragionare, discutere del perché nostra mamma preferisse il figlio del nostro vicino di casa. Senza peraltro mai giungere ad alcuna conclusione definitiva.

Il problema è grave e va affrontato

La paura, lo sappiamo, è il carburante di ogni dittatura così come di ogni stato autoritario. Essa tende a permettere ai governanti di introdurre legislazioni assolutamente negative per i governati, ma col loro consenso (“sicurezza” docet). Non diversamente in psicoterapia, la paura di avere una “patologia”, un “disturbo” grave è quella che ci impedisce di cercare altre strade, altri percorsi. Ne viene da sé che più il nostro psicoterapeuta è abile a indurci nella credenza che siamo affetti da un disturbo che può essere risolto solo attraverso il suo aiuto è proprio quel circolo vizioso che permette allo psicoterapeuta in questione di passare in banca ad accendere il mutuo per l’acquisto della sua terza casa. Per semplificare, guardiamo alla tabella qui sotto:

Supposizione 1:IL PROBLEMA È MOLTO GRAVE
Tentata soluzione:CICLO DI SEDUTE DI PSICOTERAPIA
Risultato:IL PROBLEMA PERSISTE
Supposizione 2:IL PROBLEMA PERSISTE PERCHÉ MOLTO GRAVE
Tentata soluzione:ULTERIORE CICLO DI SEDUTE DI PSICOTERAPIA
(Ripetere ad libitum)

Quella che viene qui a crearsi è una situazione paradossale per la quale ogni risultato terapeutico, soprattutto se avverso al cliente, viene interpretato come una ulteriore necessità di cura. Quindi se chiedo una consulenza per qualche lieve difficoltà ad uscire di casa e dopo sei mesi di psicoterapia mi trovo nella totale incapacità di intessere alcuna relazione sociale? Invece di riconoscere che la psicoterapia sta peggiorando la qualità della mia vita, finirò col credere che proprio questo peggioramento è la dimostrazione che ho bisogno di continuare il rapporto con lo psicoterapeuta.

Utilizzo delle diagnosi

Mentre un numero sempre crescente di terapeuti si rendono conto della pericolosità intrinseca all’uso delle categorie diagnostiche in psicoterapia con un gradevolissimo ritardo di una cinquantina d’anni (perché non dare un’occhiata qui), il nostro terapeuta intento a inchiodarci al suo studio per usarci come elemento di arredo pagante tenderà a sfruculiarci dando un nome altisonante a qualsiasi nostra più insignificante abitudine e mostrandocela come se fosse il peggiore male possibile.

Ristrutturazione negativa

Una buona parola detta dalla persona giusta al momento giusto ci può permettere di vedere le cose da un nuovo punto di vista. Quello che prima ci sembrava un ostacolo insormontabile, può improvvisamente assumere i contorni di qualcosa di più maneggevole. La realtà delle cose rimane invariata. Quello che cambia è la nostra interna rappresentazione della stessa, il valore che noi diamo a quel pezzo di realtà. Prendiamo una persona che si sente di umore particolarmente labile e chiediamole in tono di domanda, “da quanto tempo si è accorta di essere depressa?” Ecco all’opera lo psicoterapeuta che ha deciso di rifare il parquet di casa ed ha bisogno del nostro contributo economico per farlo.

Amplificare le emozioni negative e loro ancoraggio

Questo genere di psicoterapeuta vive del nostro malessere e se ne nutre in svariati sensi. Egli tenderà ad amplificare le nostre emozioni negative chiedendoci di parlarne in lungo e in largo. Ci dirà che proprio questo è un momento molto importante della psicoterapia e, vedendoci distrutti, finalmente si prodigherà in sorrisi o in altre forme di rinforzo sociale che magari abbiamo atteso da lui da molto tempo, perché in fin dei conti non cerchiamo che questo: la sua approvazione. Così facendo impariamo qual è il nostro ruolo nella coppia terapeutica: il ruolo di quello che soffre e che si piange addosso senza alcuna speranza di farcela, alla disperata ricerca di un conforto a pagamento. Tipicamente, dopo un’ora di seduta ci sentiamo a pezzi, stralunati, a volte disperati od arrabbiati. E stiamo pagando per questo.

Ricoprire il ruolo della vittima/malato

Ci farà sentire una vittima: vittima delle situazioni, vittima del passato, di genitori incapaci, di un partner abusante, di una presunta patologia mentale. Nessuno si sognerebbe di indicare come responsabile di una data situazione la persona che è vittima di un abuso, esatto? Ora, la cibernetica ci insegna che ogni attore all’interno di una certa situazione è per una seppur minima parte responsabile di quella situazione e del suo mantenimento omeostatico. Responsabile, una bella parola ricordiamocelo. Se io sono responsabile di una certa situazione, significa che posso sempre e comunque alterarla attraverso la modifica del mio comportamento. Se rivesto il ruolo della vittima, per definizione posso fare poco o nulla. Sono profondamente irresponsabile, schiacciato dagli eventi/situazioni. Proprio questo atteggiamento serve al nostro simpatico terapeuta per tenerci lì a leccarci le ferite in terapia per mesi ed anni, senza mai arrivare ad un cambiamento sostanziale. Non è colpa tua se hai comprato un bidone di automobile che ti lascia a piedi un giorno sì e l’altro anche. Puoi soltanto cercare di adeguarti a questa situazione immutabile ed eventualmente analizzare i motivi che ti hanno portato a scegliere proprio quell’autovettura.

In conclusione

Scappiamo, diamocela a gambe levate. La letteratura sempre in modo più coerente e coeso dimostra che la psicoterapia per essere efficace ha bisogno di obiettivi chiari, condivisi e realizzabili, di rinforzi positivi, di ristrutturazioni che ci permettano di vedere la nostra realtà in modo più vivo e attivo, sentendoci maggiormente attori nel bene e nel male della nostra vita. Persone responsabili, cioè capaci di rispondere, non vittime di presunti costrutti quali “personalità disfunzionali”, patologie mentali et similia. Diventa sempre più chiaro che la psicoterapia per essere efficace deve essere breve, mentre la lunghezza della stessa si correla negativamente al benessere psico-fisico degli individui: cioè in parole semplici, più mattonelle di cotto compriamo al nostro terapeuta, più perderemo tempo e speranze di stare veramente bene. Inoltre la psicoterapia deve essere un processo creativo dove c’è spazio per la battuta, il motto di spirito, persino il divertimento. Perché anche il tempo speso in terapia è il nostro tempo. Non è un tempo a parte della nostra vita, ma è essa stessa “vita“.

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