Intelligenza Emotiva spiegata ai Poveri

Nella speranza che il buon Flaiano non ci scagli addosso i suoi strali dall’oltretomba per la chiosa impropria, incominciamo questo breve scritto dall’esatta definizione di intelligenza emotiva proposta dal suo inventore, Daniel Goleman (1995):

“Capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli altrui e di gestire positivamente le nostre emozioni, tanto interiormente quanto nelle relazioni sociali”

Quindi con intelligenza emotiva si intende una capacità propria di ogni individuo di:

      • Riconoscere le proprie come le altrui emozioni (comunemente quanto impropriamente chiamata “empatia“)

      • Nominare le emozioni (“framing” linguistico)

      • Gestire le proprie e le altrui emozioni

      • Modificarele emozioni (“reframing”)

    Mi preme sottolineare che ogni individuo possiede queste capacità, sebbene espresse in gradi differenti: spiace dirtelo, ma se il tuo/la tua ex non ti ha mai detto quanto ti amava questo non fa automaticamente di lui/lei un essere umano privo di ogni forma di empatia.

    In questo scritto mi piacerebbe soffermarmi non tanto sulla teoria dell’intelligenza emotiva, sulla quale molto si è già scritto ed è bene rimandare a letture più specifiche, quanto su alcune misconcezioni che veleggiano nell’aere sempre più diffuso e diffusivo dei social media.

    Punto primo: Si possono davvero riconoscere le emozioni degli altri?

    In breve la risposta è un secco e chiaro NO.

    Checché ti sia stato detto il contrario, in senso stretto non si possono “riconoscere” le emozioni degli altri.

    Quello che è possibile fare è un ben più ragionevole tentare di “intuire” cosa sta provando una persona in un dato momento, una sorta di scommessa più o meno azzardata della cui fallacia devo essere ben consapevole.

    Le persone non reagiscono esattamente al nostro grado di comprensione del loro stato d’animo (e daje con questa empatia), ma assai più prosaicamente a quello che hanno capito di quello che credono di aver capito di quanto noi abbiamo intuito del loro stato d’animo.

    Sebbene questa distinzione può apparire triviale, una metafora potrà agevolarne la comprensione. Un conto è vincere al SuperEnalotto e spendere un milione di euro per comprarsi una villa. Un conto è giocare al SuperEnalotto, uscire di volata dalla tabaccheria ed indebitarsi fino al collo in previsione della futura vincita milionaria.

    Perché immedesimarsi non basta. Non basta “calarsi nei panni degli altri” per “sentire” quello che sente l’altro. Mai dare per scontato, per ovvio, quello che prova un’altra persona.

    Molto meglio chiedere. Molto meglio chiedere utilizzando una forma indiretta, del tipo:

    “Certo che se mi trovassi al tuo posto credo che mi sentirei X”

    Dove al posto di X piazzerai la tua educata scommessa su come possa sentirsi quella persona in quel dato momento. O meglio, come ti sentiresti tu se ti trovassi al suo posto.

    Punto secondo: Le emozioni hanno un nome?

    Certo. Uno, nessuno, centomila. Certamente si può attribuire un nome alle emozioni. L’importante è sapere che il semplice atto di donarle di un nome le “trasforma” e per questo motivo è opportuno dar loro un nome adeguato.

    Ed il nome è “adeguato” o meno nella misura in cui ci conduce verso quello che desideriamo. Un esempio aiuterà a comprendere meglio.

    L’eccitazione, l’innamoramento e l’ansia sono composte delle medesime componenti sensoriali: battito accelerato, sensazione di mancanza d’aria, oppressione al petto e via discorrendo.

    Un uomo in attesa di ritirare la sua prima moto nuova ebbe quello che lui chiamò il suo primo “attacco di panico” proprio la notte prima di ritirarla. Da allora questi “attacchi di panico” si susseguirono con regolarità, fino a quando in terapia egli non imparò a “riconoscere correttamente” (sic!) quell’emozione ed attribuirle il nome “giusto”: eccitazione. Da allora i cosiddetti “attacchi di panico” scomparirono.

    Non mi si fraintenda: non ho la presunzione di conoscere il nome “giusto” delle cose. E non vi è modo di sapere se quegli episodi fossero o meno “reali” attacchi di panico. Molto più modestamente, ritengo che dormire sereni sia preferibile a finire in pronto soccorso due volte alla settimana.

    Punto terzo: Si possono “controllare” le emozioni?

    Secondo molti pareri “esperti” è assolutamente sbagliato. Le emozioni bisogna riconoscerle (…) e “viverle” imparando ad “accettarle”.

    Mi permetto di dubitarne, così come dubito che questa metafora dell’accettazione sia adeguata tout court. Vengono alla mente le famose parole del filosofo Thomas More,

    “Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere.”

    Quindi, ricapitolando. L’accettazione è una cosa buona solamente per quelle cose o situazioni che non posso cambiare (tipo la Sampdoria in serie B), mentre non lo è per tutto il resto.

    Il modo in cui vivo una certa situazione non ricade certamente tra le cose che non posso cambiare. Del resto a ben vedere quante volte lo abbiamo già fatto nella nostra vita?

    Quella volta che sono stato lasciata/o da quel perfetto/a idiota, quanta sofferenza allora! Mentre quando ripenso a quei momenti adesso, un dolcissimo sorriso si schiude sul mio volto.

    Tutto questo per la teoria. Ma come si modificano le emozioni? Diciamo che non si modificano.

    No, non si modificano. Però se ne possono aggiungere di nuove e di diverse.

    A ben vedere, il nostro mondo emotivo è come una cipolla di cui noi “vediamo” o percepiamo solo lo strato più esterno. Funzioniamo come un insieme di “strati” emotivi che si giustappongono.

    Certamente se io ricerco strenuamente solo lo strato “originale” e mi focalizzo solo su quello giocoforza vivrò solamente quella realtà emotiva.

    Certamente, posso fare di meglio. Come?

    Ci sono infiniti modi per riuscirvi. Uno assai pratico che mi sento di suggerire consiste nel domandarsi, ogni volta che “cadiamo” in un’emozione che non ci piace,

    “In quale altro modo potrei sentirmi? In quale altro modo potrei reagire? Voglio sentirmi così, oppure desidero altro per me stessa/o? E se desidero altro, COSA DESIDERO?

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