"Nulla è più difficile di non ingannare sé stessi"

Ludwig Wittgenstein

Dolore cronico e intrattabile

Francesca (nome di fantasia) entra nella stanza tradendo un incedere bizzarro, come se camminasse prestando un’eccessiva attenzione al trasferimento del peso da un piede all’altro.  Mi dice subito che soffre da circa tre anni di un dolore alle gambe intrattabile con i farmaci. In questi tre anni è stata visitata da diversi medici che le hanno proposto diversi tipi di terapia senza che potesse riscontrare alcun tipo di beneficio. Si tratta di una serie di dolorose contratture che nel tempo si erano localizzate soprattutto a livello dei polpacci. I suoi muscoli erano stati analizzati così come i suoi nervi periferici, senza che alcunché di anormale potesse essere riscontrato. Eppure il dolore nel tempo si era così acutizzato che la notte poteva dormire solo utilizzando bande elastiche all’altezza delle ginocchia. Al mattino tuttavia, stanca e sfiduciata, doveva aspettare almeno mezz’ora prima di potersi alzarsi in piedi. “Disturbo psicosomatico” le avevano laconicamente detto, con il consiglio di farsi vedere da uno psicologo. Quando viene al primo colloquio appare sfiduciata e pronta ad andarsene con un ennesimo insuccesso terapeutico. La fase di costruzione della necessaria fiducia prende tuttavia poco tempo. A Francesca piace ridere e riesce nonostante il disagio a scherzarci su. Approfittando della sua particolare disposizione d’animo, le propongo di fare qualcosa di inconsueto. Le chiedo di considerare per un poco l’ipotesi bizzarra che con quel dolore i suoi polpacci volessero dirle qualcosa. Qualcosa di importante che lei aveva lungamente ignorato. E che il modo migliore di sapere cosa vogliono i suoi polpacci sia ovviamente quello di chiederlo direttamente a loro. Colta di sorpresa, Francesca non fa in tempo a rendersi conto della bizzarria della situazione che io mi chino per domandare ai suoi polpacci qualcosa. Così Francesca si rende conto che i polpacci possono rispondere attraverso minuti movimenti che solo lei può avvertire. Francesca inizia a rendersi conto che una particolare contrazione poteva significare sì, mentre un’altra particolare contrazione poteva significare no. Una volta stabilita una forma di comunicazione con i suoi polpacci, posso continuare a porre domande alle quali solo Francesca conosce la risposta. Dopo pochi minuti l’incredulità si trasforma in sorpresa, la sorpresa diviene fiducia, la fiducia si palesa in un largo sorriso. Funziona! In pochi minuti Francesca avverte un consistente beneficio. In pochi minuti il dolore sembra quasi scomparso! Ci lasciamo dopo circa 45 minuti con l’accordo di rivederci dopo due settimane per valutare come si mantiene la risoluzione del sintomo. Dopo circa sei mesi, mi telefona per confermarmi che tutto va bene. 


(Per un’approfondimento della tecnica della Ristrutturazione in sei passi, cfr “La Metamorfosi Terapeutica”, J. Grinder R. Bandler, Astrolabio 1980)

"Siccome la maggior parte dei nostri problemi sono creati dalla nostra immaginazione, la soluzione non può che essere immaginaria". R. Bandler

Una singolare allergia

Verso la fine di un percorso durato ormai quattro mesi, quasi distrattamente Giovanni (nome di fantasia) mi parla di una bizzarra forma di allergia alle mele. Chiedo io, cosa c’è di bizzarro nell’essere allergici? Lui mi risponde che quando mangia una mela, sente una sensazione di bruciore in bocca seguita da prurito e a volte dalla formazione di piccole “bolle” nel cavo orale. Tuttavia la stessa cosa non succede se le mele sono cotte. Infatti, Giovanni è ghiotto di torta di mele, e di quest’ultima può mangiarne a sazietà senza provare alcun tipo di fastidio. Lui sostiene che la cottura della mela fa sì che quest’ultima perda “certe proprietà” a cui sarebbe allergico. Penso tra me e me, e Giovanni nota il mio “assentarmi” perché preso nei miei pensieri. La volta successiva, gli dico tra le altre cose che visto che ormai il nostro percorso andava finendo, perché non andiamo a prenderci un caffè in un bar qui vicino dove tra le altre cose fanno una torta di mele deliziosa? Giovanni, abituato ai miei modi a volte poco ortodossi, non batte ciglio e accetta. Al bar gli ordino la torta di mele ed aspetto di veder la sua espressione di contentezza per la soddisfazione di mangiare quella torta. Al ché inizio facendogli notare la sensazione di benessere che si prova a mangiare qualcosa di buono, come è piacevole avvertire il gusto di una buona torta, e così via, facendogli notare che è una buona cosa che quella mela sia così ben cotta. Giovanni annuisce, poco interessato alle mie parole. E poco alla volta gli faccio notare che mentre la torta è così buona, certo non sempre la cottura è perfetta, alle volte le torte sono cotte meno del necessario, pertanto non sarebbe strano se alcune parti di quella mela fossero un po’ meno cotte. E sì, a guardare bene, forse alcuni pezzi di mela potrebbero anche essere un po’ meno cotti. Giovanni annuisce senza capire quello che stavo dicendo mentre gusta l’ennesimo boccone di torta. Mangia piano Giovanni, questo mi da il tempo di suggerire altre suggestioni. Lentamente inizio a suggerirgli che quella mela potrebbe anche essere cruda, chissà. Giovanni annuisce. Giorni dopo Giovanni è a casa e gli viene in mente, chissà perché, di provare se è ancora allergico alle mele. Ne assaggia un pezzetto aspettando quel bruciore che conosce, ma nulla succede. Ne mangia un altro po’ e ancora nulla. In breve finisce la mela, senza che nulla succeda. Quando lo vedo la settimana dopo, mi annuncia di non essere più allergico alle mele apparentemente. Sembra un po’ stupito, alle volte le cose accadono senza una spiegazione, gli dico.


(Per un’approfondimento cfr tra gli altri volumi, “Erickson M. H., A scuola di ipnosi”, a cura di J.K. Zeig, Bollati Boringhieri, 1983)

Ansia

Sandro (nome di fantasia) è  un professionista abbastanza affermato nel suo settore. Da sempre abituato a controllare il lavoro di una piccola squadra di collaboratori, da qualche tempo non riesce a focalizzarsi sul suo lavoro perché disturbato da un pensiero che lui definisce ossessivo. Pochi mesi prima ha scoperto che la sua compagna aveva avuto una relazione con un altro uomo terminata tempo addietro. Nonostante le continue rassicurazioni di lei, non riesce a recuperare quella fiducia che lui sente di volerle dare. Sandro è preso dalla paura che lei lo possa tradire nuovamente: questo lo porta a controllare continuamente i suoi spostamenti ponendole domande su domande alle quali lei reagisce con disagio che nel passare di qualche settimana diviene rabbia e dinfine distacco. Tutte le sere lui le controlla il cellulare alla ricerca di indizi di possibili tradimenti, ma neanche questo placa il suo senso di angoscia. Sandro mi comunica con preoccupazione di aver iniziato a bere per cercare un po’ di sollievo: aveva iniziato con un innocente aperitivo che rapidamente erano diventati due, poi tre, poi quattro e negli ultimi tempi agli aperitivi aggiunge una bottiglia di vino rosso. Questa situazione ormai va avanti da tempo, e nulla sembra permettergli di iniziare a sperare che qualcosa possa aiutarlo a migliorare questo stato di cose. Mi dice che non si riconosce più in sé stesso, mi dice che sa di sbagliare, sa che può superare il ricordo di quel tradimento e ricominciare a riprendersi la sua vita, ma non sa come fare. Prima di affrontare in profondità il caso, penso che sarebbe utile restituire molto velocemente a Sandro un senso di libertà da certi pensieri in modo da permettergli di ritornare velocemente ad una vita soddisfacente, abbattendo quel senso di alienazione da sé stesso e riconducendo il suo consumo di alcool ad un livello per lui accettabile. Gli propongo immediatamente di provare una tecnica conosciuta con il nome di dissociazione visuo-spaziale che si è mostrata efficacissima in ogni caso in cui il ricordo di un evento traumatico venga rivissuto con una certa frequenza e spinga la persona a utilizzare degli espedienti comportamentali (come bere o controllare il partner) per “sedare” quel pensiero ossessivo. In breve, questa tecnica permette di “dissociare”, cioè separare il ricordo dell’evento dal contenuto emotivo, mettendo al posto di quelle emozioni disfunzionali un senso di calma e di tranquillità, un senso di distacco dal passato. Ci congediamo dopo circa un’ora. Sandro se ne va tra il sorpreso e l’incredulo, ma portandosi con sé un senso di inspiegabile sollievo. La settimana successiva ritorna per dirmi che qualcosa di quasi miracoloso è accaduto. Dal nostro ultimo incontro infatti si è accorto di aver recuperato l’antica concentrazione sul lavoro perché quei vecchi pensieri ossessivi si sono diradati, mentre a casa il fatto di chiedere alla compagna continue rassicurazioni gli è venuto a noia. Ogni tanto pensa ancora a controllare il telefono della sua compagna, ma trova sempre qualcosa di più interessante da fare, per cui rimanda fino al punto in cui è tempo di andare a dormire dimenticandosene spesso. Sandro mi dice che la sua compagna si è riavvicinata a lui e che questo potrebbe spiegare in parte il senso di questa ritrovata sicurezza. Ci congediamo dopo aver finito di lavorare, ed è allora, proprio mentre è sul punto di uscire dalla stanza, che casualmente mi ricordo di chiedergli quanti aperitivi ha fatto in questa settimana. Mi guarda con aria sorpresa e pensosa e mi dice che effettivamente solo ora si accorge di aver preso solo un paio di gin tonic in settimana. 


(Per un’approfondimento della tecnica della Dissociazione visuo-cenestesica, cfr “Usare il cervello per cambiare”, R. Bandler, Astrolabio)

Un caso di gelosia estrema... Per sei!

Giorgia (nome di fantasia) è una ragazza di circa quarant’anni che poco tempo prima è stata lasciata dal ragazzo dopo una tormentosa relazione. Dice di sentirsi depressa, sfiduciata e preoccupata. Le dico che è normale sentirsi un po’ giù dopo la fine di una relazione, ma ho la sensazione che ci sia dell’altro che lei non mi sta ancora dicendo. Perché preoccupata? Cosa la preoccupa? Ci vuole un po’ di tempo (e palate di fiducia) prima che lentamente lei decida di aprirsi un po’ di più. Ci vogliono almeno tre sedute prima che lei si permetta di iniziare a pensare che sì, può fidarsi di me al punto da raccontarmi qualcosa in più di lei. Capisco finalmente cosa la preoccupa. Giorgia teme di “finire come la volta precedente”, quando cioè in seguito alla separazione da un precedente compagno, si era chiusa in casa per molti mesi perdendo lavoro, relazioni interpersonali e guadagnando una decina di chili in cambio. Aveva sovvertito le normali consuetudini della vita di tutti i giorni. Dormiva di giorno e stava sveglia di notte. Le rare volte che si concedeva di uscire, sempre di notte, si sentiva in forte disagio. Viveva come “all’interno di un pozzo oscuro”. Chi non sarebbe spaventato, chi non chiederebbe aiuto se fosse tormentato dal terrore di ripiombare in uno simile stato? E così, eccoci qui. Io e lei. A guardarci negli occhi come a dire, e adesso? Ed è in quel momento che la più banale delle domande mi permette di apprendere un dettaglio fondamentale. Le chiedo, cosa vedi nel tuo futuro? Lei mi guarda con un’aria incuriosita, quasi come se non afferrasse il senso della domanda. Beh, sì, tutti noi visualizziamo con gli occhi della nostra mente il passato così come il futuro. A questo punto mi sembra interdetta. Guarda a destra, poi a sinistra, poi infine mi dice che teme di non essere “normale”. Teme di essere presa per “pazza” a dire quel che sta per dire. Non la incoraggio a parlare, le lascio il suo tempo per decidere quando è ora di dirmelo. Non passa molto in verità. Mi confessa, proprio mi confessa che lei a differenza della maggior parte delle persone non vede una singola immagine del futuro, ma è come se avesse sei televisori su cui sono proiettati contenuti diversi. Alla faccia dell’on demand! Così, quando Giorgia è contenta e felice, può vedere sei contenuti che la fanno stare bene. E com’è fin troppo ovvio, quando invece si sente giù, allora proietta sei contenuti veramente miserabili. Certo che molte persone direbbero che sei strana davvero, le dico in tono scherzoso, ma quel che vedo io è una straordinaria abilità che mi domando in che modo puoi usare a tuo vantaggio? Questa domanda ha l’effetto netto di un piccolo cataclisma. In effetti, mi confessa Giorgia, non aveva mai pensato di poterci fare qualcosa di buono e positivo con quella roba. Ebbene, proviamo insieme qualche “trucchetto” che possa aiutare Giorgia a prendere maggiormente controllo della sua mente. La aiuto ad immaginare di avere sei telecomandi con i quali può ingrandire o rimpicciolire l’immagine, metterla in bianco e nero, o più semplicemente cambiare canale. La aiuto ad impostare nuovi programmi tv che trasmettano cose per lei più interessanti come un canale fitness (vuole guadagnare un po’ di tono muscolare), un canale per il miglioramento  delle relazioni interpersonali, un canale dedicato al suo ex (in cui lo può visualizzare all’interno di un piccolo pozzo oscuro), varie e eventuali. Ci vuole un po’ di tempo prima che Giorgia si permetta di iniziare a ripensare a sé stessa nella progettualità del suo futuro. Circa un mese e mezzo dopo  incontra un altro ragazzo con cui inizia cautamente una relazione. Giorgia è stupita di sentirsi così presto libera di potersi pensare con un’altra persona a fianco. Mi dice che recentemente si è accorta che il pozzo nel quale aveva immaginato di mettere il suo ex è vuoto ormai. Chissà dove sarà finito, mi dice. 


 

La fuga e il ritorno

Arturo (nome di fantasia) è un uomo nella seconda metà dei suoi trent’anni. Buona posizione sociale ed economica, un divorzio ed un figlio. Viene accompagnato dalla sua attuale compagna, Valeria (nome inventato) alla quale Arturo demanda volentieri la narrazione del “suo problema”. Valeria mi dice che Arturo da circa un anno e mezzo in seguito a discussioni con la sua compagna ha inizato ad “offendersi” a tal punto da interrompere ogni contatto con lei per periodo di tempo via via crescenti: da poche ore all’inizio della loro relazioni, si è passato man mano ai giorni, fino ad arrivare a mesi interi. L’ultima volta sono trascorsi 77 giorni prima che Valeria riuscisse a mettersi in contatto con Arturo. Esasperata da questa situazione, Valeria ha chiesto ad Arturo di chiedere aiuto, ed eccoli di fronte a me. Valeria ora gonfia il petto e, utilizzando un linguaggio anche spigoloso, squaderna tutto il suo livore. Arturo d’altro canto sembra un pugile suonato: sguardo basso, occhi lucidi, annuisce alle parole di lei e si dice dispiaciuto per il suo comportamento. Lei lo incalza di colpi fino a quando la campanella sancisce la fine del round. Si alza e se ne va di modo che Arturo possa “aprirsi” maggiormente con me soltanto. Prima di andarsene mi fa la sua diagnosi di disturbo dell’umore (grazie Google!) Rimasti soli, lui conferma ogni singola parola della compagna: si dice profondamente dispiaciuto e desideroso di risolvere il “suo problema”. Mi dice che in quei momenti si sente così bloccato dalle sue emozioni da non riuscire a dire una sola parola, mentre Valeria lo incita a parlare, più lei lo incita più lui sente il bisogno di fuggire lontano, di evitare in ogni modo quella sensazione di impotenza. Io rilancio, e gli dico che non vedo nessun problema in lui (mi guarda stupito, con uno sguardo tra il sorpreso e l’incredulo). Capisco che ci sono persone che necessitano di un periodo di tempo in solitudine per ragionare sulle proprie emozioni e dare loro un ordine ed un senso, prima di comunicarle all’altra persona. Capisco altresì che ci sono  altre persone che preferiscono “prendere il toro per le corna” e dirimere istantaneamente le questioni anche utilizzando un linguaggio non proprio accomodante. Gli ripeto che non c’è nulla che non vada né nel suo approccio tendente all’evitare i “conflitti”, né in quello di Valeria, che al contrario li affronta a spada tratta. Esattamente come nel calcio, affinché si possa giocare una partita, una squadra ha bisogno dell’altra. Non ci può essere gioco se una delle due squadre rimane negli spogliatoi così come non ci può essere gioco se una squadra non concede metà del campo all’altra. Arturo mi guarda con sempre maggiore interesse, e allora gli propongo di giocare un altro gioco, un gioco in cui entrambi possono alternarsi nel rispetto dell’avversario.  Chiedo a Arturo di immaginare se potrebbe pensarsi a scrivere quello che vorrebbe dire a Valeria. Gli chiedo anche se sarebbe disposto a farlo ogni volta che sente quel desiderio di abbandonare il campo da gioco. Lui mi dice che non ci aveva mai pensato, ma che l’idea lo convince. Si, si sente in grado di farlo anzi si illumina in volto, e i suoi occhi lucidi questa volta tradiscono un’emozione diversa. Sorride, sembra più sicuro di sé. Chiamiamo Valeria e le propongo nuove regole per giocare la loro partita. Valeria si mostra dapprima molto scettica, quasi mortificante nei confronti di Arturo. Poi già che c’è, mi dice che le sembra un’idea “del piffero”, un po’ come nascondere la polvere sotto al tappeto: è chiaro che Arturo ha dei problemi perché non è normale comportarsi come fa lui! Ma il lui in questione questa volta sente di avere uno strumento nuovo e sente di poterlo usare. Arturo prende spontaneamente il foglio e inizia a scrivere. Lei dapprima commenta a voce, poi capisce e si mette a scrivere anche lei. Lentamente i commenti si diradano, fino a scomparire. Osservo i due che dialogano in un silenzio surreale, quattro occhi che si bagnano lentamente, sorrisi ed ammiccamenti. A distanza di un anno, Arturo ha imparato ad esprimere il suo punto di vista mentre Valeria ha appreso come rispettare i tempi del compagno. Ora si permettono di scherzare sul loro passato, e si punzecchiano a vicenda, dicendosi: “e adesso che fai, scappi? Ti ritiri?”, al ché lui le risponde: “fossi matto!”, ridendo di gusto entrambi.

 

 


(Per un’approfondimento, “Change. La formazione e la soluzione dei problemi”, P. Watzlawick, J. H. Weakland, R. Fisch, 1974 Astrolabio)